l'altro campionato

Dai campi profughi al sogno del Mondiale, storie di rinascita e di riscatto sociale

Sono calciatori, ma sono prima ancora rifugiati: hanno sconfitto guerre, persecuzioni e paura. Oggi raccontano come il calcio possa cambiare un destino trasformando la speranza in una nuova vita.

© Tgcom24

© Tgcom24

C'è un altro Mondiale che si gioca lontano dai riflettori: è quello dei rifugiati. Di chi, prima di indossare la maglia della propria nazionale, ha dovuto attraversare guerre, campi profughi e lunghi viaggi verso un futuro incerto. Ecco perché questo campionato è stato anche definito il "Mondiale di tutti": non solo coinvolge 48 nazionali, ma vede in campo almeno nove calciatori con un passato da rifugiati o figli di famiglie costrette a fuggire dai conflitti. Storie di riscatto e di rinascita che ricordano come il calcio non sia soltanto spettacolo ma l'inizio di una nuova vita.

Alphonso Davies - Il volto più conosciuto è quello di Alphonso Davies. È nato nel campo profughi di Buduburam, in Ghana. I suoi genitori erano fuggiti dalla guerra civile in Liberia e, dopo anni di attesa, ottennero il reinsediamento in Canada quando Alphonso aveva cinque anni. Da bambino giocava per strada a Edmonton; oggi è il capitano del Canada e uno dei migliori esterni del calcio mondiale. Non ha mai dimenticato le proprie origini e collabora con l'Unhcr come ambasciatore, raccontando ai giovani rifugiati che il loro passato non deve definire il loro futuro.

Nestory Irankunda - Tra le immagini più emozionanti del torneo c'è l'esultanza di Nestory Irankunda per il suo gol contro la Turchia. L'attaccante australiano è nato nel campo profughi di Kigoma, in Tanzania, dove i suoi genitori erano arrivati dopo essere fuggiti dalla guerra civile in Burundi. Trasferitosi da bambino ad Adelaide, ha trovato nel calcio una nuova casa. E' diventato il più giovane marcatore della storia dell'Australia in un campionato mondiale, dimostrando come il talento possa salvarti la vita anche se nasci nei luoghi più difficili del pianeta.

Mohamed Touré - Anche Mohamed Touré indossa la maglia dell'Australia. La sua famiglia fuggì dalla Liberia dopo un attacco armato al proprio villaggio e trovò rifugio in Guinea. Mohamed nacque nel campo profughi di Conakry e trascorse i primi anni della sua vita aspettando che la famiglia ottenesse il trasferimento in Australia. Sono passati quattordici anni prima che quel viaggio finisse. Touré ha raccontato che la soddisfazione più grande non è giocare il Mondiale, ma vedere il padre dire con orgoglio: "Mio figlio gioca per l'Australia".

Awer Mabil - La storia di Awer Mabil è probabilmente una delle più simboliche. È nato nel campo profughi di Kakuma, in Kenya, da genitori del Sud Sudan in fuga dalla guerra. Arrivato in Australia a dieci anni, ha trovato nel calcio un modo per integrarsi. Nel 2022 segnò il rigore decisivo che riportò l'Australia ai Mondiali. Oggi ha creato la fondazione "Barefoot to Boots", che invia scarpe da calcio e materiale sportivo ai bambini che vivono ancora nel campo profughi dove lui è nato. Un modo per restituire speranza a chi sta vivendo la sua stessa storia.

Eduardo Camavinga - Anche Eduardo Camavinga porta con sé una storia di fuga. È nato in un campo profughi in Angola da genitori congolesi scappati dalla guerra nella Repubblica Democratica del Congo. Poco dopo la famiglia si trasferì in Francia, dove iniziò il suo percorso calcistico. Oggi è uno dei centrocampisti più forti della sua generazione e rappresenta una delle tante storie di integrazione riuscita attraverso lo sport.