State of Chaos, brand di abbigliamento con sede a Buenos Aires, è stato fondato nel 2021 dal designer e direttore creativo Simón Giménez Chiodi. Attraverso una metodologia progettuale che concepisce i capi come strutture abitabili, il marchio esprime un’estetica architettonica radicata in una lettura critica dello spazio urbano. Questa visione si sviluppa attraverso una tecnica proprietaria di materializzazione, che prevede la creazione di tessuti autonomi a partire da lattice liquido organico e la loro ibridazione con fibre naturali, trasformando il materiale in una superficie biologica in continua evoluzione.
© Ufficio stampa
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In occasione della Milano Fashion Week maschile, State of Chaos ha presentato la collezione Nocturnos, che trae origine da un'indagine visiva e letteraria sulla Buenos Aires degli anni Trenta. Attraverso un linguaggio estetico rigoroso e contemporaneo, che guarda al futuro senza rinunciare alla propria storia, questo progetto indaga il rapporto tra memoria e modernità.
Alla base della collazione, il dialogo tra due figure fondamentali della cultura argentina: il fotografo Horacio Coppola e lo scrittore Leopoldo Marechal. Silhouette architettoniche, sartorialità essenziale, ombre profonde e volumi controllati attingono alla precisione geometrica del primo ed alla dimensione metafisica del secondo. Nocturnos si compone di nove look, sviluppati all'interno di una palette dominata da nero profondo, blu navy, antracite e arancio bruciato, unica interruzione cromatica di un insieme volutamente austero.
La ricerca tessile privilegia fibre naturali come la lana, declinata in diversi pesi e costruzioni, e il cotone 100%. Tutti i capi sono realizzati interamente a mano, riaffermando il valore della manifattura e del sapere artigianale come atto di resistenza culturale di fronte all'accelerazione tecnologica dell’epoca contemporanea.
Quando e com’è nato il brand State of Chaos? Come mai la scelta di questo nome?
State of Chaos è nata nel 2021 quando ho deciso di intraprendere il mio percorso come designer di moda. Ho cominciato realizzando t-shirt stampate, per imparare attraverso l'esperienza e la sperimentazione, fino ad affermarmi come designer d'autore. Sin dall'inizio ho avuto un'unica idea fissa: che ogni capo raccontasse qualcosa, che si connettesse con chiunque lo indossasse, con i miei pensieri e con le mie esperienze. Il nome ha tre parti. "State" parla del mio stato di lavoro: tutto ciò che è artigianale, fatto a mano, non ha un percorso lineare, ma segue un processo mobilitante, di frizione costante con il materiale, come succede con il lattice liquido che lavoro direttamente sul tessuto; ogni decisione, quindi, viene presa in tensione con qualcosa che non si comporta mai come ci si aspetta. "Of" indica da dove vengo: Buenos Aires, la città che mi ispira ogni giorno, con la sua storia e i suoi personaggi. E "Chaos" è il motore da cui parto per creare: esperienze, cose che penso, che vedo, che vivo...quel materiale disordinato è sempre il punto di partenza prima che qualunque idea prenda forma.
Quali sono le cifre stilistiche delle tue collezioni?
L’elemento costante da una collezione all'altra è, prima di tutto, la silhouette architettonica: spalle marcate, forme geometriche e rettilinee, che si impongono visivamente. Lavoro con materiali nobili di fibra naturale. La nobiltà non consiste nel lusso del materiale, ma in quello che si riesce a fare con esso: costruire qualcosa di grande partendo da un lavoro umile, umano, fatto con le mani. Dalle mie creazioni emerge inoltre un interesse costante per la sartoria classica, punto di partenza per sperimentare ed arrivare ad esprimere una visione più brutalista. Ma soprattutto, ispirandomi all’architetto Clorindo Testa, penso sempre a come il corpo si articoli con il capo e a come quel capo, a sua volta, abiti lo spazio che occupa. Questa relazione tra corpo e capo mi ha condotto alla mia tecnica più distintiva, che consioste nell’applicazione del lattice liquido organico direttamente sullla fibra o come tessuto autonomo, senza base. Il lattice non copre il corpo ma lo segue e si adatta ad esso. E, collezione dopo collezione, cerco di far evolvere questa tecnica, pensando a nuove forme che il tessuto possa assumere e a cosa possa trasmettere con ciascuna di esse.
In cosa consiste la tecnica di materializzazione dei tessuti di cui il brand è titolare?
È un processo artigianale che, con il tempo, si è consolidato come tecnica propria. Alla base di essa, la ricerca di una texture che potessi creare con le mie mani, a partire da un materiale allo stato liquido. Il lattice si adatta perfettamente a ciò che ho bisogno di trasmettere in ogni collezione: è un materiale modellabile, che mi permette di continuare a migliorare la tecnica, scoprire altre possibilità e applicare cose nuove ad ogni processo. Il procedimento prevede che il lattice passi dal suo stato liquido a quello solido, fino a diventare un tessuto. In questa fase, si lavora anche alla colorazione dei capi: il colore infatti si applica durante lo stato liquido, prima della solidificazione. Per arrivare a far sì che questo materiale si esprima in un linguaggio proprio, lavoro la solidificazione a strati, che vengono applicati con un pennello; si tratta di un processo manuale, che lascia la traccia della propria applicazione, visibile nel risultato finale. Lo applico come fibra unica, senza nessuna interferenza da parte di un altro tessuto di mezzo, e lo mescolo anche con fibre naturali, per generare un ibrido tra i due materiali. In Nocturnos, per esempio, ho combinato quell'applicazione a pennello con una modellatura manuale, per ottenere l'effetto di un capo bagnato e increspato, aderente al corpo come se avesse camminato sotto la pioggia, un'immagine che porto avanti da tempo nel mio processo creativo, influenzata dal romanzo di Leopoldo Marechal, Adán Buenosayres.
In occasione della Milano Fashion Week maschile appena conclusa, State of Chaos proprio ieri ha presentato la collezione “Nocturnos”. In cosa consiste questo progetto e a quale visione si ispira?
“Nocturnos” non è un esercizio di nostalgia passiva, ma il mio manifesto di proiezione estetica. Sono partito da una premessa netta: modernizzare senza radici significa condannare l'identità all'oblio. Per questo, ho cercato di costruire un linguaggio rigoroso, che rivendica la storia per edificare il futuro, rifiutando qualsiasi lamento malinconico. La mia visione per la collezione si è tradotta a partire da un ancoraggio preciso. Mi sono infatti ispirato profondamente alla geometria urbana delle fotografie di Horacio Coppola per il libro Buenos Aires, stabilendo un dialogo diretto con la mappa letteraria di Leopoldo Marechal attraverso Historia de la calle Corrientes e la prima parte di Adán Buenosayres. Entrambi gli universi si intersecano nell'azione fisica del camminare la città, ma è stato in Historia de la calle Corrientes che ho trovato il mio asse concettuale: l'enfasi critica su come la modernizzazione distruttiva travolga la cultura e i valori storici dell'urbe. Non mi schiero contro la modernità, ma contro il progresso cieco; si tratta di rispettare ciò che preesiste per andare avanti e costruire da lì, invece di avanzare tanto per avanzare a scapito della distruzione. Questa frizione urbana ha strutturato una silhouette monolitica e architettonica, priva di maschere, dove ho reinterpretato gli archetipi di questi camminatori attraverso una sartorialità dai tagli netti e dalle ombre dense, che funziona come un'estensione del corpo piuttosto che come un ornamento. Ho materializzato questa proposta in nove look, articolati sotto una tavolozza di nero profondo, blu navy e carbone, interrotta unicamente da un lampo di arancione bruciato, come rottura cromatica. La ricerca tessile è stata il mio pilastro tecnico, attraverso l’utilizzo della mia tecnica proprietaria, che genera superfici in grado di evocare un'umidità permanente, come un corpo in costante movimento sotto la pioggia. Questa innovazione dialoga con lane nobili di diversi pesi, dai cappotti strutturati al Super 120, sino ai cotoni con un'erosione controllata, che registrano l'attrito con l'ambiente urbano, trasformando ogni pezzo in un documento di persistenza.
Il concept creativo si sviluppa attraverso il dialogo tra due figure fondamentali della cultura argentina: il fotografo Horacio Coppola e lo scrittore Leopoldo Marechal. Cosa ritroviamo di questi due artisti nelle tue creazioni?
Da Horacio Coppola ho preso la geometria urbana e la precisione rigorosa delle sue inquadrature. Ho tradotto i neri profondi e i contrasti strutturali della sua documentazione fotografica degli anni '30 nella colonna vertebrale della mia sartoria. La silhouette che ho tracciato è monolitica, netta e priva di maschere; i tagli anatomici e le ombre dense dei capi non vestono semplicemente il corpo, ma lo prolungano, trasformandolo in un'estensione dell'architettura stessa della città. Da Leopoldo Marechal ho estratto il peso metafisico e l'esperienza fisica del camminare l'asfalto. La sua critica in Historia de la calle Corrientes a un progresso cieco, che cancella i valori storici, si trasforma in un manifesto tessile, attraverso l'erosione controllata dei cotoni e l'uso di lane nobili strutturate, dove ogni abrasione registra l'attrito con l'ambiente urbano. Tuttavia, per il fashion film con cui ho presentato la collezione, ho deciso di portare questa Buenos Aires notturna verso un piano più complesso, evitando che rimanesse congelata nel passato. Il video si sviluppa in uno spazio interno che si ispira direttamente a Cacodelphia, quella sezione di Adán Buenosayres in cui Marechal delinea una dimensione sotterranea come allegoria dell'inferno dantesco in chiave porteña. Per costruire questo sottomondo claustrofobico, ostile e atemporale, ho incrociato il background letterario con un'iconografia cinematografica molto specifica: la notturnità carica di vizi e luci rifratte di Taxi Driver e l'atmosfera densa e asfissiante della Gotham di Matt Reeves in The Batman. In questo film, la colonna sonora non è un sottofondo decorativo, ma un elemento strutturale che stabilisce il ritmo e il peso ambientale di questa reclusione. È in questo scenario sotterraneo che la mia tecnica proprietaria di lattice liquido organico applicato sul tessuto ha assunto tutto il suo significato narrativo, simulando un'umidità permanente, come se i corpi assimilassero la tossicità dell'ambiente circostante. Ho concepito questo spazio non solo per chiudere un racconto, ma come un passaggio concettuale chiave: è la transizione e il ponte verso la mia prossima collezione Inverno 2028, segnando in modo radicale la direzione verso cui voglio guidare l'universo estetico del brand.
Quali sono i capi di punta di questa nuova collezione?
La narrazione materiale dei nove look presentati a Milano si articola attorno a un asse ben preciso: l'attrito viscerale tra i processi industriali e la manifattura artigianale. Questa tensione si esplicita in pezzi come la camicia e la gonna, sulle quali ho applicato la mia tecnica, intervenendo e alterando deliberatamente la purezza strutturale del cotone. Lo stesso dialogo materico si riflette nel contrasto tra un top in lattice e cotone e la crudezza di un maglione e di una sciarpa in filato di cotone dalla costruzione asimmetrica e cuciture a vista, capi interamente realizzati attraverso un rigoroso processo di tessitura artigianale. Inoltre, la severa austerità del nero profondo e del blu notte, che domina l'intera collezione, viene interrotta in modo controllato da un unico accento cromatico: un cappotto in lana strutturato sopra un maglione artigianale arancione. Infine, l'esplorazione morfologica si consolida in un abito in twill di cotone, concepito con un sistema di bottoni di mia progettazione, capace di mutare il volume e l'anatomia sia della giacca che dei pantaloni. Per tradurre questo rigore estetico nel lookbook e nel fashion film, ho affidato lo styling alla precisione di Valeria Polnoroff.
Che importanza assumono artigianalità e qualità dei materiai nell’ambito della vostra produzione?
Concepisco l'abito quasi come un esercizio architettonico e spaziale. Per questo motivo, il lavoro artigianale e la selezione dei materiali non sono un espediente discorsivo o un lusso decorativo, ma il punto di partenza assoluto di ogni pezzo. In State of Chaos pensiamo i pezzi partendo dalla materia stessa. Dò priorità all'uso di lane in diversi pesi e cotoni puri perché queste fibre naturali apportano una struttura, una consistenza e una vestibilità reali. Integrare la manifattura artigianale, attraverso l'irregolarità dei processi manuali o la sperimentazione diretta sul tessuto, introduce un fattore umano e un margine di errore controllato, che la produzione industriale di massa non potrà mai replicare. Inoltre, lavorare con materie prime nobili ci permette di sperimentare con l'erosione. Sono capi fatti per durare, pensati affinché il logorio dell'ambiente urbano si registri in modo onesto sul tessuto. Progettare con questo livello di rigore tecnico è, per me, l'unico modo per creare pezzi con un'identità propria, lontano dall'immediatezza del fast fashion.
Com’è l’uomo State of Chaos al quale ti rivolgi?
Le mie basi tecniche sono il menswear e la sartoria tradizionale, ma non disegno per un uomo archetipico. Uso questo punto di partenza per indagare i limiti dell'indumento maschile, intervenendo sulle tipologie classiche e incrociandole con tratti non convenzionali o linee più femminili, per portarle nel contemporaneo. L'influenza dell'architettura e del brutalismo si traduce in modo diretto nei volumi, nella rigidità delle linee e nel modo in cui il cartamodello modifica la postura del corpo. Per me, la chiave è cosa succede al corpo dentro il capo. Come pensava Clorindo Testa quando ha progettato la Biblioteca Nazionale, mi ossessiona come le persone abitano quella struttura e, di conseguenza, come abitano gli spazi quotidiani. Per questo, l'approccio del brand si allontana dalla segmentazione demografica tradizionale per rivolgersi a un pubblico maturo, inserito in contesti urbani e circuiti culturali. Punto a un consumatore che ha già consolidato la propria identità e il proprio capitale visivo; persone che scelgono il valore del mestiere classico e comprendono il carattere di un pezzo che viene realizzato esclusivamente su ordinazione. Cerco un pubblico che non consumi una tendenza stagionale, ma che si connetta direttamente con il pezzo e con tutta la carica concettuale che c'è dietro la sua costruzione.
Progetti e sogni per il futuro?
Il mio obiettivo è il consolidamento internazionale. La sfida immediata è il salto verso la sfilata fisica all'interno del calendario ufficiale della Milano Fashion Week di gennaio 2027. L'obiettivo è presentare la collezione AW28, attraverso la quale voglio esplorare l'universo sotterraneo di Buenos Aires, trasferendo quel carico metafisico e tutto ciò che si cela lì sotto direttamente nella sartoria e nella sperimentazione tessile. Desidero che il brand si dispieghi sul territorio europeo in modo tangibile, perché l'impatto del pezzo dal vivo è insostituibile ed è il passo logico successivo per espandere State of Chaos. Sono pienamente consapevole del mio ruolo di designer emergente in un circuito di grande tradizione e affronto questa sfida con il massimo rispetto per il mestiere. La mia ambizione è costruire un nome solido e riconosciuto affinché l'identità che porto dal Sud smetta di essere un'anomalia, integrandosi come componente genuina e attiva del design contemporaneo in Europa. Sono qui per costruire, passo dopo passo, un posto legittimo da cui raccontare la mia storia.