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"Foreign Tongues", il nuovo album dei Rolling Stones: ancora vita, ancora musica

Mick Jagger guida la band in un altro disco di inediti: la greatest hits non si arricchisce, ma l'importante è esserci

di Andrea Saronni
© Ufficio Stampa

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Era il 1982 - ormai lontano 44 anni - quando i Rolling Stones riempirono i rimpiantissimi negozi di dischi con un live della loro ultima tournée americana. Considerati già vecchi e superati (Mick Jagger e Keith Richards avevano 38 anni, e che cavolo), scelsero un titolo geniale, autoironico quanto identitario e determinato: "Still life", che in inglese significa "natura morta", ma può anche essere letto come "ancora vita". L'energia, quindi, la capacità, la voglia di esserci, suonare, rimanere al centro del palco. Un messaggio netto che è andato oltre ogni previsione, persino quelle dei due grandi leader della "greatest rock'n'roll band in the world".

Il nuovo album -

  Eccoci qui, proiettati al 2026, a parlare di "Foreign Tongues", ovvero il "nuovo degli Stones", un album, il numero 25 in studio, a "soli" tre anni da "Hackney Diamonds" che, invece, interruppe un digiuno di 18 anni per quanto riguarda un disco di pezzi originali.

Altre quattordici canzoni che allungano un catalogo ormai smisurato, quattordici canzoni - meglio specificare subito -, che non aggiungono nulla alla storia di una band che - come pochissime altre - andrebbe studiata nelle ore di musica a scuola, troppo grande per i significati che ha portato con sé nella prima parte della sua esistenza. Jagger e Richards hanno creato il gesto, il linguaggio, l'immaginario del rock tutto compreso: tutti gli altri, anche quelli sicuramente diversi e a volte più bravi, sono venuti dopo. Chiedete a Vasco Rossi, giusto per fare un esempio, se non è così.

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Siamo ancora qui -

  È per questa ragione che al di là dell'emozione da fan e della logica curiosità, "Foreign Tongues" è prosaicamente la prosecuzione di un'attività e di un business gestito in maniera straordinaria negli ultimi 37 anni (vale a dire da quando gli Stones, dopo la rottura tra i boss, si rimisero definitivamente insieme) e filosoficamente la volontà - bella - di rimandare al globo il messaggio "still life": siamo ancora qui, e facciamo musica. Come? Avendo ormai una logica, comprensibile difficoltà - specie Richards - a tenere il pallino dal palco di uno stadio, ecco un disco.

E cosa c'è dentro? Essenzialmente Mick Jagger, il produttore-chitarrista-multistrumentista Andy Watt, un (bel) po' di tecnologia e tanti ospiti, a cominciare dal coevo Paul McCartney, già presente nel lavoro precedente. La chicca è la presenza alle tastiere, in diverse tracce, di un altro totem di quella musica là, Stevie Winwood. L'incipit, qualche scossetta la provoca: "Rough and Twisted" è un blues elettrico che picchia, che rappresenta in maniera degna le radici vere e - bisogna sottolineare - mai dimenticate del gruppo. Ma il jolly è subito giocato. Da lì in giù, si viaggia per tracce il cui pregio è la varietà di generi a cui ormai i Rolling erano già da tempo approdati - rock e R&B, ballad e una spruzzata di country - e il difetto, forse, una eccessiva edulcorazione, di un fisiologico "già sentito" ("ma questa è Doom and Gloom", "oh, hanno rifatto Star Star"), una pulizia e una semplicità compositiva che molto sa di Jagger e pochissimo, quasi niente, di Richards.

Il terzo uomo, Ronnie Wood, spunta qua e là, ma insomma, sembra ampiamente superato nella pratica, non solo dalla teoria della consolle, da Andrew Watt, che basta nominarlo per avere un tuffo al cuore e pensare al suo quasi omonimo Charlie Watts, che ha posato le bacchette 5 anni fa. E il suo sound, il suo stile unico, manca tremendamente ai suoi compagni di vita e stage.

La cover di Amy Winehouse -

  Da segnalare, a proposito di tuffi e tuffetti al cuore, la cover di "You know I'm no good" di Amy Winehouse, il lentone "Back in your life" dedicato alla memoria dei colleghi Brian Wilson (Beach Boys) e Sly Stone e un altro omaggio alle roots - e dunque a loro stessi - con "Beautiful Delilah" di Chuck Berry che chiude la tracklist.

Il resto è roba fatta bene, non ci sono dubbi, ma che non può emozionare chi conosce nel profondo e ama questa band. Certo da semplici mortali è fantastico ispirarsi, specie per chi da un po' ha cominciato il secondo tempo della vita, a tempi supplementari del genere, è fantastico illudersi che questa - 61 anni dopo "Satisfaction"  - sia il nuovo messaggio rivoluzionario degli Stones: giocarsela, fino all'ultimo secondo. Dentro quel disco, "Still Life", uno dei momenti più intensi era "Time is on my side": ci avevano avvertito, ci hanno creduto, hanno stravinto. Al prossimo album.

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