Gli studenti italiani non stanno con le mani in mano quando la scuola è chiusa. Infatti, oltre la metà degli alunni delle superiori integra il proprio portafoglio praticando lavori o lavoretti di vario tipo: dal cameriere al babysitter, passando per l'assistente ai bagnanti oppure per i nuovi mestieri dell'economia digitale. Insomma, mentre noi ce li immaginiamo sul divano a oziare con lo smartphone, alcuni di loro con questo strumento gestiscono e-commerce, dropshipping, sponsorizzazioni e collaborazioni con brand, monetizzando i loro follower. Chiaramente una statistica con i dati ufficiali è impossibile da comporre, perché molte di queste occupazioni sono frutto di transazioni brevi manu. Quindi bisogna affidarsi alle dichiarazioni dei diretti interessati, come da anni fa l'Osservatorio "Dopo il diploma".
Si tratta di una ricerca promossa dal Centro Nazionale Orientamento di ELIS - ente non profit specializzato in attività di orientamento, formazione e innovazione tecnologica - in collaborazione col portale di riferimento per gli studenti Skuola.net, che nell’ultima edizione ha coinvolto un campione di circa 1.500 alunni delle scuole superiori italiane.
In tanti si rimboccano le maniche sin da giovanissimi - I risultati mostrano fin da subito un dato emblematico: oltre 1 su 2 si dà già da fare per guadagnare qualcosa in autonomia, dimostrando che la maggioranza di loro non aspetta la fine del percorso scolastico per attivarsi. La porzione più ampia del campione (34,5%) dichiara di lavorare specificamente nei periodi in cui non si va a scuola, sfruttando quindi l'estate o altri momenti di vacanza. A loro si affianca una quota considerevole (20,6%) che ha un lavoretto continuativo durante l’intero anno scolastico. Solamente il 44,9% ammette di non lavorare e di avere come “entrata” esclusivamente la paghetta elargita da genitori o parenti.
Lo status familiare fa spesso (ma non sempre) la differenza - A offrire ulteriori spunti di riflessione interviene poi il background familiare. I ragazzi più propensi a lavorare tutto l'anno, anche durante i faticosi mesi di lezione, risultano essere i figli di diplomati: qui la quota sale al 25,5%, staccando i figli di laureati (17,1%) ma anche quelli con genitori fermi alla terza media (20,0%).
Al contrario, i giovani che non lavorano affatto si concentrano maggiormente tra le famiglie in cui il genitore ha la laurea (50,6%) o, un po' a sorpresa, la licenza media (53,3%). Ma come guadagnano i propri soldi questi studenti? Quando si pensa ai lavoretti giovanili, l'immaginario collettivo corre subito al cameriere stagionale, al bagnino, a chi dà ripetizioni o fa la babysitter, all'istruttore di palestra.
I classici "lavoretti" prevalgono, ma qualcuno punta sul digitale - E, in effetti, la tradizione domina ancora il mercato, visto che l'87,2% di chi lavora è impiegato in professioni tradizionali. Tuttavia, c'è un interessante 12,8% che si è saputo ritagliare uno spazio nelle cosiddette "nuove professioni" digitali. Andando ad analizzare nel dettaglio proprio quest'ultimo bacino di nativi digitali, si scopre che i ragazzi sanno perfettamente come monetizzare le proprie competenze tecnologiche.
Al primo posto troviamo infatti l'e-commerce, a dimostrazione di come la compravendita di beni e servizi tramite siti o piattaforme social sia l'attività più redditizia. Segue, a stretto giro, l'influencer marketing, un settore in cui i ragazzi guadagnano operando attivamente come creator o youtuber. L'informazione online, nelle vesti di blogger o editor, occupa il terzo gradino del podio.
A chiudere la classifica, alcune nicchie altamente specializzate: lo sviluppo di app, di servizi online, la cybersecurity, l'industria degli eSport e del Gaming come streamer o gamer professionisti e, sorprendentemente, il mondo della finanza, sotto forma di acquisto e vendita di criptovalute o trading online.
Ma, alla fine, qual è la lezione che possiamo ricavare da questi numeri? Che i rappresentanti della Generazione Z - a cui appartengono gli studenti raggiunti dall'Osservatorio - sono tutt'altro che passivi: tra chi serve ai tavoli nel fine settimana e chi gestisce piccoli e-commerce direttamente dal proprio smartphone, la propensione al lavoro e alla ricerca di un’indipendenza economica sembra già profondamente radicata tra i banchi di scuola.