Un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di reclusione. È quanto chiede la Procura di Roma nei confronti degli 007 egiziani imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni. Le richieste di pena sono state formulate dal procuratore capo, Francesco Lo Voi e dall'aggiunto Sergio Colaiocco. "Occorre trarre una conclusione netta sulla pista inglese. Tutti gli elementi raccolti sulla cosiddetta pista inglese sono stati approfonditi, verificati, sviscerati in ogni possibile direzione. E deve dirsi oggi, con assoluta chiarezza, che da quel versante non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle torture e dell'omicidio di Giulio Regeni", afferma Colaiocco, nella requisitoria del processo per la morte di Regeni che ha ribadito che il ricercatore italiano "non era una spia".
Mostrando le foto della Tac di Regeni, Colaiocco ha sottolineato come il corpo del ricercatore fosse "spezzato dal dolore. Ed è su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini. Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli".
Per il rappresentate dell'accusa è "oggi doveroso affermare che ogni aspetto dell'attività svolta da Giulio Regeni nel Regno Unito è stato chiarito in modo definitivo. Ciò vale per i rapporti scientifici tra Giulio e la professoressa Maha Abdelrahman prima della partenza per il Cairo; per le relazioni attribuite alla professoressa con la Fratellanza Musulmana o con apparati di intelligence britannici, relazioni rimaste sul piano della mera illazione; per l'assenza assoluta di qualsiasi elemento che possa anche soltanto far ipotizzare un rapporto tra Giulio Regeni e i servizi di intelligence del Regno Unito".
"Giulio Regeni ha sopportato tutto lucidamente" -
Quello di Regeni è "un corpo devastato dalla tortura, un'agonia senza fine - ha aggiunto Colaiocco -. Giulio ha sopportato tutto lucidamente. Senza sedazione. Senza narcotici. Senza alcun sollievo. Ogni segmento anatomico racconta una diversa modalità di sevizia, ogni distretto corporeo testimonia una fase diversa dell'accanimento. Non si tratta di percosse. Si tratta di una metodica di annientamento. I medici legali egiziani avevano individuato una sola frattura, al braccio destro. La Tac eseguita in Italia ne rivelò venti. Cinque ai denti. Quindici alle strutture ossee. Venti fratture. Quanto alla causa terminale della morte, l'autopsia italiana accerta che Giulio non muore per la sommatoria delle lesioni, pur gravissime. Muore per un atto finale volontario: 'Lo abbiamo schiantato'".
Per la Procura di Roma "tutte le lesioni non sono state inferte nello stesso momento. Sono state prodotte in tempi diversi, nel corso dei sette giorni di sequestro, tra il 25 gennaio e il 1° febbraio. Questo significa che Giulio è stato torturato ripetutamente. Interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere, nuovamente torturato. Per giorni".