Donald Trump non si accontenta più di essere ricordato come uno dei presidenti più influenti della storia americana. Nella sua personale rilettura della storia universale, il tycoon si colloca ormai accanto ai grandi conquistatori e agli uomini forti che hanno segnato i secoli, arrivando a sostenere di possedere un potere superiore a quello esercitato da figure come Giulio Cesare, Napoleone Bonaparte, Alessandro Magno, Attila, Gengis Khan, Hitler, Stalin e Mao.
Una convinzione che il presidente degli Stati Uniti ostenta apertamente e che trova espressione in dichiarazioni sempre più enfatiche. "I miei poteri sono illimitati. Sono la persona più temuta di sempre", ha affermato senza esitazioni dopo la guerra con l'Iran, respingendo le critiche di chi lo accusava di aver ceduto terreno a Teheran.
Il documento che certifica la sua "superiorità" -
A rafforzare questa narrazione contribuisce un episodio raccontato nel libro Regime Change. Durante un'intervista concessa ai giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan, Trump avrebbe mostrato un documento ricevuto da quello che ha definito "uno storico". Nel testo si sosteneva che il presidente americano fosse più potente di alcuni dei leader più temuti della storia. La motivazione riportata nel documento era perentoria: "Per quanto temibili ai loro tempi, non avevano una portata globale. Il loro potere era locale. Quello di Trump invece no". Un giudizio che il tycoon sembra aver accolto con entusiasmo, trasformandolo nell'ennesimo tassello della costruzione della propria immagine di leader senza eguali.
Dall'ego newyorkese alla Casa Bianca -
L'autostima fuori scala di Trump non rappresenta una novità. Ben prima dell'ingresso alla Casa Bianca, l'imprenditore era noto a New York per il suo protagonismo e per una costante ricerca della ribalta mediatica. Se in passato amava accostare il proprio nome a quello di George Washington e Abraham Lincoln, oggi il confronto si è allargato fino a comprendere imperatori, conquistatori e dittatori. Un salto che riflette la crescente enfasi con cui il presidente interpreta il proprio ruolo politico.
Il messaggio ai leader mondiali e ai repubblicani -
L'immagine di uomo al comando viene ribadita in ogni occasione. Presentandosi ai leader del G7 riuniti a Evian, Trump avrebbe esordito con un secco: "I'm the boss". Lo stesso atteggiamento emerge nei confronti del Partito Repubblicano. "Io sono il presidente, voi no", ripete ai dirigenti e ai parlamentari che osano contestarne le scelte, spesso accompagnando le critiche con duri attacchi politici che puntano a marginalizzare gli oppositori interni. Anche sul fronte internazionale il presidente rivendica un'influenza assoluta. Del premier israeliano Benyamin Netanyahu assicura che fa "quello che voglio, quello che dico io", nonostante gli sviluppi politici e diplomatici abbiano spesso raccontato una realtà più complessa.
I limiti del potere e gli ostacoli istituzionali -
Nonostante la retorica dell'uomo solo al comando, Trump si è comunque scontrato con alcuni contrappesi istituzionali. Diversi repubblicani al Congresso hanno tentato di frenare decisioni considerate troppo rischiose, ottenendo però risultati limitati. Finora, il colpo più significativo è arrivato dalla Corte Suprema, che ha inflitto uno stop alla sua politica sui dazi, ricordando come il sistema americano continui a prevedere meccanismi di controllo anche nei confronti del presidente.
Melania, l'eccezione che sfugge al controllo -
Tra le pochissime persone capaci di ridimensionare il presidente, secondo il racconto contenuto in Regime Change, figura la first lady Melania Trump. Rimasta celebre l'immagine del 2017 in Israele, quando respinse la mano del marito appena scesi dall'aereo, una scena che fece il giro del mondo e che molti interpretarono come un raro momento di debolezza pubblica del tycoon.
Il libro descrive inoltre un rapporto tutt'altro che semplice tra i due. Alla Casa Bianca, raccontano gli autori, i coniugi dormirebbero in camere separate e, dopo il ritorno a Pennsylvania Avenue, Trump avrebbe iniziato perfino a contendersi con la moglie quadri, specchi e altri elementi d'arredo della residenza presidenziale. Una dinamica riassunta da una battuta attribuita al presidente dopo il successo del documentario dedicato a Melania: "In famiglia c'è posto per una sola star".
Il culto della personalità come cifra politica -
Trump continua a costruire attorno a sé una narrazione fondata sulla forza, sull'autorità e sulla centralità della propria figura. Per il suo compleanno si è regalato persino un evento di lotta organizzato alla Casa Bianca, ulteriore simbolo di quella rappresentazione muscolare del potere che caratterizza sempre più il suo secondo mandato.