CALCIO IN LUTTO

Igor Protti, l'imperatore delle periferie

Grande attaccante, leader silenzioso, simbolo dell'appartenenza: Livorno e tante altre realtà lontane dal centro piangono un uomo speciale

di Micaela Nasca
© Ansa

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Ci sono uomini che vincono. E uomini che restano. Igor Protti apparteneva alla seconda categoria. Per questo oggi fa così male. Un collega stamattina mi ha chiesto: "Ma tu lo avevi mai intervistato?" No. Eppure piango come si piangono gli amici. Perché Igor Protti aveva questo dono raro: riusciva a entrare nella vita delle persone senza bussare, senza clamore, senza costruirsi addosso il personaggio. Ti diventava familiare. Era uno di quelli che sentivi vicini anche senza bisogno di parole. Forse perché apparteneva a un calcio che oggi non esiste più. Un calcio di maglie prima che di contratti e di città prima che di mercati. Di appartenenza prima che di immagine. Igor era tutto questo. Lo stadio, quando giocava lui, non era soltanto uno stadio. Era un rito collettivo. La curva cantava il suo nome per novanta minuti, e quel coro sembrava non finire mai. "Igor Protti capo degli ultrà".

Noi sotto a seguire il numero dieci, aspettando una delle sue carezze al pallone. Perché non tirava: accompagnava la palla. E quella palla, docile, finiva spesso in rete. Allora esplodeva la città. Non soltanto lo stadio. La città. Era il sogno che prendeva forma per novanta minuti ogni domenica. Come si spiega Igor Protti? È impossibile. Ma è doveroso provarci. La sua parabola attraversa il calcio italiano come una linea laterale: quasi mai al centro del sistema, mai davvero dentro i salotti buoni del pallone, e proprio per questo capace di raccontarne l'anima più autentica. Riminese di nascita, cittadino adottivo di ogni curva che lo ha amato, è stato il bomber delle province e delle periferie calcistiche. Quello che portava speranza dove i bilanci erano fragili e i sogni ancora più fragili. A Bari diventò capocannoniere della Serie A nella stagione 1995-96 mentre la squadra retrocedeva. Un paradosso che soltanto il calcio sa raccontare: il re dei bomber in una squadra che cade.

Più tardi avrebbe conquistato anche la classifica cannonieri della Serie B e due volte quella della Serie C, restando ancora oggi l'unico calciatore capace di vincere il titolo di capocannoniere nelle tre categorie professionistiche. Un record enorme. Eppure non bastò nemmeno per una convocazione in Nazionale. Forse perché il calcio non sempre premia i suoi uomini migliori. Eppure nessuno come lui ha saputo trasformare i gol in qualcosa di più grande dei gol stessi. Le sue stagioni erano patrimonio collettivo. Quando segnava, non salvava soltanto una partita. A volte salvava una piazza. Una promozione, un bilancio, un futuro. In quegli anni il calcio delle province viveva spesso sul filo. A Livorno trovò la sua casa. E Livorno trovò la sua bandiera.

Con Cristiano Lucarelli formò una coppia che sembrava raccontare le due anime della città. Lucarelli era il pugno alzato, la sfida, la voce che rompe il silenzio. Protti era il silenzio che non aveva bisogno di voce. L'uno impetuoso, l'altro misurato. Insieme perfetti. Insieme protagonisti di una delle pagine più belle della storia amaranto, culminata con il ritorno in Serie A accanto a un giovane Giorgio Chiellini che allora muoveva i primi passi. Oggi, mentre Livorno e l'Italia intera lo salutano, resta la sensazione di perdere qualcosa che va oltre un campione. Perdiamo un'idea di calcio. Un calcio che metteva l'uomo davanti all'atleta. Che non aveva bisogno di effetti speciali per diventare leggenda.

Un anno fa aveva annunciato la sua malattia. Fino all'ultimo ha pensato agli altri. Alla sua famiglia. Alla figlia Noemi, che ha voluto accompagnare all'altare consumando le ultime energie rimaste. Poi è arrivato il fischio finale. “Questo splendido viaggio, come ogni partita, è arrivato al fischio finale”, ha lasciato scritto nel suo ultimo saluto. Ma forse è qui che Igor Protti ci ha insegnato la sua lezione più grande. Non ha perso nessuna battaglia. Ci ha ricordato fino in fondo quanto siano umani gli eroi. Quanto conti, alla fine, non il numero dei gol, ma il modo in cui si resta nel cuore delle persone. E lui ci resterà. Come restano i pomeriggi d'inverno all'Armando Picchi e il ricordo di quel calcio che non c'è più. Anzi, che da oggi ci mancherà ancora di più.