Uno dei primi effetti dell'accordo tra Stati Uniti e Iran - e, forse, la più attesa a livello internazionale - è stata la riapertura dello Stretto di Hormuz e il conseguente calo del Brent (il benchmark globale per il petrolio), arrivato sotto la soglia psicologica degli 80 dollari al barile, attestandosi stabilmente intorno ai 78-79 dollari nella terza settimana di giugno: valori ben lontani dagli oltre 110 dollari di maggio. Per i consumatori, questo dovrebbe voler dire calo del prezzo della benzina, ma la realtà - secondo Federconsumatori - è diversa: "Dopo gli annunci rassicuranti sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, le quotazioni del petrolio si sono riassestate lentamente su livelli più bassi. Così non accade, invece, per i carburanti, che ancora segnano prezzi alla pompa ingiustificatamente alti".
I prezzi, continua l'associazione, "sono sempre pronti a schizzare all'insù alla velocità della luce, ma mai ad adeguarsi al ribasso non appena scendono le quotazioni. Anzi, spesso non tornano affatto al livello a cui sarebbe opportuno si attestassero. È quella che abbiamo denominato, tristemente, la doppia velocità dei prezzi dei carburanti". Denuncia che si basa sui numeri: il petrolio aveva toccato picchi fino a 95 dollari al barile pochi giorni prima dell'annuncio dell'accordo e si attestava sugli 85 fino a poche ore prima dell'annuncio ufficiale, per poi calare a 77 dollari al barile il 18 giugno, quattro giorni dopo. Lo stesso giovedì il prezzo medio dei carburanti in modalità self service lungo la rete stradale nazionale è pari a 1,862 euro a litro per la benzina (-10 millesimi rispetto al giorno precedente), mentre il 15 giugno - poche ore dopo l'accordo Usa-Iran - la quotazione della "verde" era a 1,890 euro/litro.
La denuncia di Federconsumatori -
L'Osservatorio Nazionale Federconsumatori, sottolinea l'associazione, "ha stimato che, prendendo in considerazione i livelli attuali delle quotazioni del petrolio e il tasso di cambio Euro/Dollaro, tenendo conto anche delle variazioni intervenute sulle accise, vi sono importanti margini di riduzione dei prezzi sia per la benzina che per il gasolio". Nel dettaglio, giovedì 18 giugno "i prezzi alla pompa registravano +19,7 centesimi al litro per la benzina e +29,2 centesimi al litro per il gasolio. Gli attuali sovrapprezzi determinano ricadute importanti per i cittadini, pari a +236,40 euro annui per una famiglia che ha un'auto a benzina e +280,32 euro annui per una famiglia che ha un'auto a gasolio. Questo solo in termini diretti, a cui si aggiungono aggravi di +281,50 euro annui a famiglia (per tutte le famiglie, anche quelle che non hanno un'auto) dovuti alle ripercussioni che l'incremento dei carburanti determina sui prezzi dei beni di largo consumo, trasportati per oltre l'86% su gomma", aggiunge l'associazione, per cui si tratta di "una situazione inaccettabile, a cui è necessario e urgente dare risposta, prima di tutto con severi controlli e sanzioni da parte del Governo e delle Autorità competenti nei confronti di chi applica prezzi esagerati e non adegua i listini al ribasso".
Come evitare la "doppia velocità" -
Una delle strategie per risolvere questo problema, sottolinea l'associazione, potrebbe essere un tetto ai prezzi alla pompa in modo che il guadagno sia giusto e proporzionale all'aumento o al calo dei prezzi del petrolio: "È necessario adottare un meccanismo in grado di stroncare sul nascere le speculazioni: come fatto in Grecia, andrebbe introdotto un tetto ai margini d'intermediazione che, in base all'andamento delle quotazioni internazionali delle materie prime di riferimento, non permetta la crescita dei prezzi alla pompa oltre quanto sia ragionevole". Inoltre, aggiunge Federconsumatori, "è giunto il momento di scorporare, una volta per tutte, le accise dal calcolo dell'Iva, che genera una inaudita imposizione di una tassa sulla tassa".
Quanto tempo servirà per tornare alla situazione prebellica? -
Ma nonostante l'accordo, il mercato del petrolio è ancora frenato dal rischio. Il primo dubbio è se l'intesa fra Washington e Teheran reggerà, cosa non scontata. E, anche fosse, le petroliere dovranno ricominciare a operare nel Golfo, la produzione dovrà ripartire e la raffinazione dovrà aumentare a livello globale. Servirà tempo. Come spiega l'Economist, prima di tutto lo Stretto deve essere bonificato dalle mine e questo potrebbe richiedere più di sei settimane, anche perché le mine sarebbero state posizionate proprio dove solitamente navigano le navi e le rotte alternative, lungo le coste iraniane e omanite, sono pericolose e strette. Sommando tutti questi fattori, non è difficile immaginare che ci vorrà del tempo anche prima che le compagnie assicurative inizino a ridurre i premi.
I prezzi del petrolio rimarranno volatili per mesi -
La maggior parte degli analisti, fa sapere il settimanale britannico, prevede che la produzione complessiva del Golfo raggiungerà il 30-50% dei livelli di febbraio entro metà luglio, il 60-70% entro metà settembre e l'80-90% entro la fine dell'anno. In questo scenario, il Brent si avvicinerebbe ai 75 dollari al barile, ma l'abbondanza di petrolio che caratterizzava il mondo prebellico sarebbe comunque ancora lontana.
Bisogna considerare, inoltre, che sul prezzo del petrolio potrebbero incidere delle "tasse" che l'Iran potrebbe imporre a chi decida di attraversare lo Stretto di Hormuz, sebbene nel memorandum si parli di "abolizione di pedaggi" per almeno 60 giorni. Inoltre, gli operatori prevedono che gli Stati Uniti annulleranno il prossimo rilascio di petrolio dalle scorte di emergenza, privando il mondo di 1 milione di barili al giorno di esportazioni. La banca Morgan Stanley prevede quindi un deficit di petrolio di 3,4 milioni di barili al giorno nel terzo trimestre, che ridurrebbe le scorte globali a un ritmo di 2,1 milioni di barili al giorno e manterrebbe i prezzi elevati.
I prezzi dei prodotti raffinati sono ancora più difficili da prevedere. Le raffinerie asiatiche devono attendere l'arrivo delle forniture dal Golfo, dove però gli attacchi iraniani hanno danneggiato diverse grandi strutture. Secondo le valutazioni dell'Economist, ulteriori ritardi nelle spedizioni di prodotti potrebbero esaurire le scorte in Africa (carente di benzina), in Asia (grande importatrice di nafta, materia prima per la plastica, e Gpl, combustibile per cucinare) e in Europa (dipendente dal carburante per aerei e dal diesel del Golfo). Le raffinerie americane potrebbero iniziare a produrre benzina per il mercato interno, ma le scorte nazionali sono così basse che i prezzi alla pompa potrebbero rimanere alti o addirittura aumentare.