Uno sputo in faccia a un collega, accompagnato da insulti, non costituisce automaticamente una giusta causa di licenziamento. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, che ha respinto il ricorso di una società farmaceutica e confermato l'illegittimità del licenziamento disciplinare inflitto a una dipendente coinvolta in un acceso litigio con un collega nel parcheggio aziendale. L'episodio risale al 2020 e affonda le sue radici nella fine di una relazione sentimentale tra i due lavoratori. Secondo quanto ricostruito dai giudici, il contrasto sarebbe maturato in un clima di tensione personale che andava ben oltre l’ambito professionale.
La relazione finita e le tensioni tra i due ex partner -
Nell'ordinanza n. 19848 del 2026, la Suprema Corte richiama la ricostruzione già effettuata nei precedenti gradi di giudizio. L'uomo, secondo quanto accertato, non avrebbe accettato la conclusione della relazione e avrebbe continuato a cercare la donna con atteggiamenti insistenti, alternando manifestazioni di affetto a comportamenti offensivi. In questo contesto si sarebbe verificato il litigio nel parcheggio dell'azienda. Durante lo scontro, la lavoratrice avrebbe rivolto pesanti offese all'ex compagno, arrivando anche a sputargli più volte addosso, colpendolo al volto e raggiungendo persino la sua automobile.
Perché l'azienda aveva deciso per il licenziamento -
La società aveva ritenuto il comportamento incompatibile con la prosecuzione del rapporto di lavoro. A pesare sulla decisione, oltre alla natura offensiva del gesto, era stato anche il particolare momento storico: l'episodio si era verificato durante l'emergenza sanitaria legata al Covid-19, periodo in cui il tema della trasmissione di agenti patogeni era particolarmente sensibile. Per l'azienda, la gravità della condotta giustificava quindi il licenziamento per giusta causa.
Il principio di proporzionalità richiamato dalla Cassazione -
La Cassazione ha però ribadito un principio consolidato in materia disciplinare: la legittimità del licenziamento deve essere valutata considerando tutte le circostanze del caso concreto e non soltanto la gravità astratta del comportamento contestato. Secondo i giudici, la sanzione espulsiva può essere applicata soltanto quando il comportamento del dipendente comprometta in modo irreparabile il rapporto fiduciario con il datore di lavoro. Nel caso esaminato, invece, il contesto personale e relazionale che aveva originato l'episodio è stato ritenuto un elemento fondamentale per valutare la reale portata della condotta.
Nessun concreto pericolo per la salute del collega -
Un altro aspetto ritenuto rilevante dalla Corte riguarda le conseguenze dello sputo. Dalle risultanze processuali, infatti, non sarebbe emersa alcuna situazione di concreto pericolo per la salute del collega colpito. La Suprema Corte ha quindi condiviso le valutazioni già espresse dalla Corte d'Appello, secondo cui il gesto, pur censurabile e offensivo, non raggiungeva quel livello di gravità necessario a giustificare l’interruzione definitiva del rapporto di lavoro.
Ricorso respinto e licenziamento confermato come illegittimo -
La società farmaceutica aveva tentato di ribaltare la decisione presentando cinque motivi di ricorso, contestando sia la ricostruzione dei fatti sia la valutazione della gravità della condotta e l’entità dell’indennizzo riconosciuto alla lavoratrice. La Cassazione ha però respinto integralmente le contestazioni, confermando che la valutazione della proporzionalità tra fatto e sanzione era stata correttamente effettuata dai giudici di merito. Una decisione che ribadisce come, anche di fronte a comportamenti particolarmente offensivi, il licenziamento non possa essere considerato una conseguenza automatica, ma debba sempre essere valutato alla luce del contesto e delle circostanze specifiche.