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Social vietati agli under 16: la svolta della Gran Bretagna è davvero la strada giusta?

Dall'Australia a Starmer, cresce il fronte dei governi che vuole limitare TikTok, Instagram e Snapchat ai minori. Ma psicologi e sociologi non concordano sulla cura per una generazione sempre più connessa

© Istockphoto

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Dall'Australia alla Gran Bretagna continua la stretta sui social ai minori. Il primo ministro britannico Keir Starmer lo aveva già annunciato da tempo, ora lo ha ufficializzato: divieto di accesso alle principali piattaforme per gli under 16. La proposta, che riguarda servizi come TikTok, Instagram, Snapchat e altre applicazioni considerate ad alto impatto sulla vita degli adolescenti, nasce dalla crescente preoccupazione per gli effetti che il digitale sta avendo sulla salute mentale delle nuove generazioni. Il governo britannico sostiene che i social favoriscano fenomeni come dipendenza digitale, cyberbullismo, disturbi dell'immagine corporea e isolamento sociale. Ma è davvero la strada giusta? 

I rischi per la salute mentale sono reali - Una parte consistente della comunità psicologica guarda con favore a misure più severe. Negli ultimi anni numerosi studi hanno evidenziato una correlazione tra uso intensivo degli schermi e aumento di ansia, depressione, problemi comportamentali e deficit dell'attenzione negli adolescenti. Le ricerche mostrano inoltre che il tempo trascorso online può influenzare negativamente il sonno, l'attività fisica e i ritmi quotidiani, fattori che a loro volta incidono sul benessere psicologico. Anche l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha segnalato che oltre un adolescente su dieci manifesta comportamenti problematici legati ai social media, con percentuali particolarmente elevate tra le ragazze. Non sorprende quindi che molti psicologi sostengano l'introduzione di limiti d'età più rigorosi, soprattutto durante la fase più delicata dello sviluppo emotivo e cognitivo.

Il problema non è solo il tempo online - Tra i sociologi il parere invece non è uniforme. Se da un lato vengono riconosciuti i rischi associati alle piattaforme, dall'altro si sottolinea come i social rappresentino oggi uno spazio fondamentale di socializzazione, costruzione dell'identità e partecipazione culturale. Diversi studi mostrano che le piattaforme digitali possono favorire il senso di appartenenza, il mantenimento delle amicizie e il supporto reciproco tra giovani che vivono situazioni di isolamento o fragilità. Alcune ricerche evidenziano inoltre come molti adolescenti distinguano chiaramente tra i social orientati alla ricerca di visibilità e gli ambienti digitali in cui sviluppano relazioni significative.Per numerosi sociologi il pericolo è che i ragazzi si spostino verso piattaforme meno controllate o aggirino i sistemi di verifica dell'età, senza che vengano affrontate le cause profonde del disagio.

È davvero la strada giusta? - Molti esperti ritengono più efficace un approccio multilivello: educazione digitale nelle scuole, maggiore responsabilità delle piattaforme, algoritmi meno aggressivi, controlli parentali e limiti di utilizzo calibrati sull'età. Anche l'American Psychological Association invita a promuovere pratiche di utilizzo più sicure piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul tempo trascorso online. In altre parole, il problema potrebbe non essere soltanto "quanto" i giovani utilizzano i social, ma "come" li utilizzano e quali contenuti incontrano.

Cresce il fronte delle restrizioni -  Il Regno Unito non è il primo Paese a imboccare questa strada. Il modello che oggi ispira il governo Starmer arriva dall'Australia, che nel dicembre 2025 è diventata la prima democrazia occidentale a vietare l'apertura e il mantenimento di account social agli under 16. La legge obbliga piattaforme come TikTok, Instagram, Facebook, Snapchat, Reddit, X e YouTube a verificare l'età degli utenti e a impedire l'accesso ai minori, con multe milionarie in caso di mancato rispetto delle norme. Nei primi mesi di applicazione sono stati chiusi milioni di account riconducibili a minorenni. In Europa, la Francia è stata tra i primi Paesi a introdurre l'obbligo di consenso genitoriale per gli utenti più giovani e continua a chiedere regole più severe a livello comunitario. La Danimarca sostiene una soglia minima di 15 anni, mentre Spagna e Norvegia stanno valutando restrizioni analoghe. Anche la Commissione europea sta lavorando a sistemi comuni di verifica dell'età per rendere più efficace l'applicazione delle norme nei diversi Stati membri. 

E in Italia? - L'Italia non ha introdotto un divieto generalizzato come quello australiano, ma dispone già di una delle normative più restrittive d'Europa. In base alle regole sulla protezione dei dati personali, i minori di 14 anni non possono iscriversi autonomamente ai social network: è necessario il consenso dei genitori. Nella pratica, tuttavia, il sistema si basa spesso sull'autodichiarazione dell'età e i controlli risultano limitati. Negli ultimi mesi il dibattito politico si è intensificato. In Parlamento sono state presentate proposte per introdurre sistemi di verifica dell'età più rigorosi, creare account dedicati ai minori tra 14 e 16 anni e limitare la profilazione commerciale dei ragazzi. L'obiettivo è superare l'attuale meccanismo, facilmente aggirabile inserendo una data di nascita falsa al momento della registrazione.

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