"L'America recita nelle crisi internazionali tutte le parti: è poliziotto, pubblico ministero ed esecutore della sentenza, decide se e quando un fatto costituisce reato". A leggerle così sembrerebbero parole scritte da un rappresentante della sinistra o da un pacifista anti-Bush, ma invece sono il succo de Il rischio americano, l'ultimo libro di Sergio Romano, conservatore liberale per autodefinizione, sempre attento e puntuale nelle sue analisi di politica internazionale.
L'editorialista del Corriere della Sera e di Panorama parte da lontano, alla ricerca delle radici della "voglia" di leadership degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, dimostrando come negli anni ogni mossa americana nello scacchiere internazionale sia stata guidata da "spudorati interessi interni". Valga per tutti il piano Marshall, che, dietro l'aiuto all'Europa distrutta dalla Seconda guerra mondiale, nascondeva la volontà di impedire l'influenza dell'Unione Sovietica su parte del Vecchio Continente in un periodo storico delicatissimo che poi sfocerà nella guerra fredda.
Nella fase che si è aperta dopo l'11 settembre, secondo Romano, la politica estera americana ha dato, e continua a dare, prova della sua arroganza. Assimilando due figure ben diverse come Bin Laden e Saddam Hussein, gli Stati Uniti si pongono come nuovi crociati per difendere il mondo dal terrorismo e liberare il Medio Oriente dal giogo di un pericoloso dittatore, rimescolando le carte per tenere in scacco un'area strategicamente fondamentale per le sorti dell'economia mondiale.
Romano smonta, pezzo per pezzo, tutte le argomentazioni che gli Stati Uniti portano avanti per giustificare un loro attacco all'Iraq, svela i restroscena di una strategia pronta da tempo e di come il dramma dell'11 settembre sia stato strumentalizzato per giustificare l'offensiva contro Baghdad.
In questo nuovo imperialismo made in Usa rimane tutto da decifrare il ruolo dell'Europa, perché, come Romano giustamente puntualizza, il contraltare della crescente potenza americana è rappresentato dallo sgretolamento del Vecchio Continente, incapace di porsi come valida alternativa alle posizioni di Washington.
Servile la Gran Bretagna, battagliere, anche se non si sa fino a che punto, la Francia e la Germania, incerta l'Italia, allineatissima la Spagna, l'Europa si presenta agli occhi del mondo alla ricerca di una sua identità precisa, schiacciata dalla corazzata americana. Con l'approvazione della convenzione a carattere costituzionale passata virtualmente sotto silenzio negli Usa, l'Unione europea è sul punto di creare una struttura federale più simile agli Stati Uniti che non a quel Mercato Comune la cui immagine ancora domina la concezione che gli americani hanno dell'Ue. E proprio da questa base di partenza, dalla nuova struttura federale che si è data, l'Europa può cominciare a imporsi come soggetto per controbilanciare il gigante americano.
L'approfondimento storico e politico dell'ex ambasciatore va dritto ai fatti, non si perde in fumose congetture. Il re è nudo: le ipocrisie, la disinformazione e il finto buonismo statunitense sono documentati, si basano su fatti concreti. Non si può certo parlare di anti-americanismo tout court, né tantomeno di pacifismo ad oltranza quando si argomenta l'inutilità della guerra a Saddam, considerato anche che la matrice culturale dell'autore è lontana da quella degli schieramenti politici che più contestano le posizioni di Washington. Con buona pace della destra e della sinistra Romano dimostra insomma che, raccontando i fatti, le conclusioni vengono da sole e non hanno colore politico.
Domenico Catagnano
Sergio Romano
Il rischio americano
Longanesi-Milano
Pagg. 128
10
libri
La potenza americana è un rischio
Romano analizza l'imperialismo Usa
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