RIFLESSIONI E PROGETTI

Ripopolare le aree interne: tra sfida e opportunità

Trasferirsi fuori dai grandi centri non vuol dire solo respirare aria buona e fare passeggiate nei boschi, ma anche vivere in territori dove mancano i servizi essenziali. Serve una grande motivazione insomma, ma soprattutto serve avere una casa

© E-Planet

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Dal Covid in poi, sempre più persone e famiglie hanno sentito l’esigenza di trasferirsi in aree periferiche per allontanarsi dalla città, sfuggire al cambiamento climatico e stabilire un contatto più diretto e vero con la natura. Trasferirsi fuori dai grandi centri, soprattutto in un’area interna, non vuol dire solo respirare aria buona e fare passeggiate nei boschi ma anche vivere in territori dove mancano i servizi essenziali.

Ci vuole una grande motivazione, insomma, per cambiare vita o per ritornare nei luoghi di origine. Ma ci vuole soprattutto una casa. L’iniziativa delle cosiddette “case a un euro “era nata per questo, per incentivare le persone a trasferirsi in piccole comunità, dove i legami sono più prossimi, si può fare smart working e usufruire di energia rinnovabile.

Progetti senza casa

C’è un problema però. Spesso sulla questione abitativa è stata fatta tanta retorica, ma nel pratico, quando si tratta di trasferirsi seriamente, mancano gli immobili. Così accade che diversi progetti virtuosi di ripopolamento si siano bloccati.

È quello che è successo con il progetto “Vieni a vivere e lavorare in montagna”. Promosso in Carnia (Friuli Venezia Giulia) dalla cooperativa Cramars, grazie a un finanziamento della Fondazione Friuli, aveva intercettato la volontà di oltre 600 famiglie di trasferirsi sul territorio. Tra queste, però, solo una trentina hanno effettivamente spostato la propria residenza. “Tante famiglie hanno rinunciato per mancanza di case, in particolare di immobili in affitto”, spiega Vanni Treu, ricercatore sociale e socio Fondatore della Cooperativa Cramars di Tolmezzo, che da diversi anni si occupa di formazione professionale, sviluppo locale e innovazione sociale. “Nelle aree montane la questione della casa non può più essere letta solo come questione immobiliare – continua l’esperto – Va letta come questione di abitabilità, cioè come condizione necessaria perché un territorio possa trattenere giovani, attrarre nuovi abitanti, ricostruire famiglie, servizi, economie locali e comunità”.

Situazione analoga in Abruzzo. Il Progetto NEO – Nuove Esperienze Ospitali è un'iniziativa italiana di rigenerazione territoriale e neo popolamento focalizzata sulle aree interne dell'Abruzzo.

Nato a Gagliano Aterno (AQ) nel 2022, oggi si è esteso a tutti i Comuni della valle. Uno dei nodi su cui il progetto si è scontrato è l’assenza di abitazioni disponibili per persone che avrebbero voluto passare un periodo nelle comunità o trasferirvisi. Questo avviene nel cratere del terremoto del 2009, dove sono stati spesi 100 di milioni di euro per ricostruire case che prima erano inutilizzate, abbandonate e che anche dopo questo investimento pubblico sono in larga parte destinate nuovamente all’abbandono (misurabile nel numero di immobili dove sono assenti utenze con contratti attivati).

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Il paradosso del turismo

Le case ci sono, ma spesso non producono abitabilità. In alcuni territori diventano rendita turistica; in altri diventano patrimonio fermo, svalutato, non manutenuto e quindi inutilizzabile. In entrambi i casi la casa smette di essere infrastruttura sociale e diventa un fattore di blocco del ripopolamento.

Nei territori turistici si crea una trappola della rendita breve. La casa viene sottratta al mercato residenziale perché l’affitto turistico produce più reddito dell’affitto lungo. “Questo genera un paradosso: il turismo porta ricchezza, ma può ridurre la possibilità di vivere stabilmente nel luogo – continua Treu. Il Codice Identificativo Nazionale oggi serve a rendere più tracciabili gli immobili destinati ad affitti brevi o turistici, mentre sul piano fiscale la cedolare secca sugli affitti brevi è al 26% dal secondo immobile dato in locazione breve. Ciò mostra che il tema è già entrato nell’agenda pubblica, ma non basta ancora a ricondurre le case verso l’abitare stabile.

Un corso per affrontare il problema

Come stiamo vedendo, l’accesso alla casa in Italia non è un problema prettamente urbano: nonostante un immenso patrimonio abitativo a disposizione (secondo l’Istat, sono almeno 4,4 milioni le abitazioni non occupate nelle aree del Paese classificata come “montagna interna” e “collina interna”), non è facile trovare un immobile disponibile nei territori “da riabitare” dei Comuni delle aree interne, il 60% del territorio italiano, e nello specifico nelle cosiddette Terre Alte. Il problema, quindi, non riguarda esclusivamente i processi di gentrificazione nelle metropoli o nelle città d’arte, dove prevalgono oggi i fenomeni legati agli affitti brevi, ma sta portando a sviluppare “tensione abitativa” anche nelle aree marginali.

L’associazione Riabitare l’Italia, che si occupa di aree interne, ha scelto di mettere il tema al centro del corso residenziale promosso insieme alla Londa School of Economics, in programma dal 26 al 28 giugno a Londa, sulla Montagna fiorentina, nell’ambito del progetto di formazione e azione nato grazie all’idea di Lama impresa sociale: “I processi di ripopolamento vocazionale registrati in molti casi in tutto il Paese, sono esempi preziosi ma circoscritti in un quadro complessivo in sofferenza a macchia di leopardo, dove le aree metromontane di prossimità a quelle urbane mostrano segnali di ripresa, mentre le alte valli e le aree più periferiche continuano a soffrire perdita di popolazione, servizi e capacità istituzionale. I casi di successo mostrano che il ripopolamento agisce attraverso tre leve principali: l’abitabilità quotidiana/accessibilità ai beni e ai servizi essenziali, il lavoro e la possibilità di esercizio della ‘voice’, di influenzare i decisori, di aver voce in capitolo nella definizione delle politiche pubbliche”, spiegano i promotori.

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Tutti i casi più avanzati di rigenerazione territoriale che stiamo seguendo in Italia ci danno una dimostrazione ‘pratica’ di una enorme questione aperta e ad oggi non adeguatamente affrontata. Il primo elemento problematico che emerge quando le persone sono di fronte alla scelta o all’opportunità di ‘riabitare’ non è l’assenza di servizi o di lavoro, ma la casa” sottolinea l’architetto Antonio De Rossi, docente del Politecnico di Torino e co-curatore del corso insieme a Filippo Barbera.

Esempi virtuosi

Ci sono infatti delle situazioni positive da non ignorare. Un esempio virtuoso per affrontare il problema può coincidere con questo progetto partito in Emilia-Romagna. Il Patto per la casa è un'iniziativa strategica promossa dalla Regione e attuata dall’Unione dei Comuni della Valmarecchia per rispondere con efficacia proprio all'emergenza abitativa del territorio.

Il cuore operativo del progetto è l’Agenzia per la locazione, che prevede tra l’altro modalità di intervento pubblico come un fondo di garanzia contro morosità e danni e a copertura delle spese iniziali e manutenzioni. Il canone previsto è calmierato. Alice Parma, consigliere regionale ed ex sindaca di uno dei Comuni dell’Unione, ha portato al voto in Regione una mozione che chiede l’estensione alle aree interne della misura della cedolare secca al 10% prevista per le aree a tensione abitativa.

Anche in Molise qualcosa si muove. Il comune di Castel del Giudice sta creando nuove opportunità per l’abitare attraverso il recupero del patrimonio in stato di abbandono grazie a un Regolamento comunale che ha permesso di espropriare beni anche richiamando l’articolo 43 della Costituzione. L’obiettivo: realizzare nuovi immobili pubblici, da mettere a disposizione con affitto calmierato per coloro che scelgano di trasferirsi a vivere nel piccolo comune della montagna molisana che ha 300 abitanti a circa 800 metri sul livello del mare.

Esempi questi che aprono uno spiraglio, La casa deve restare un bene privato, ma nei territori fragili deve tornare anche a essere un bene territoriale, cioè una condizione concreta perché un luogo possa continuare a vivere.