Il caso del 12enne che a San Vito Lo Capo (Trapani) ha tentato di accoltellare un professore in diretta social è solo l'ultimo di diversi episodi di violenza avvenuti in ambito scolastico. Poco più di due mesi fa, a Trescore Balneario (Bergamo), un 13enne ha accoltellato la sua insegnante a scuola mentre era in diretta Telegram. Casi sempre più frequenti che ci spingono a farci delle domande: Come si possono prevedere, prevenire e leggere simili gesti? Perché la necessità di esporre la violenza? Come si può gestire il rapporto tra giovani e social? Quesiti che Tgcom24 ha posto allo psicologo psicoterapeuta esperto dell'età evolutiva e della famiglia Luca Dinatale, che è anche giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano.
Il 12enne che a San Vito Lo Capo ha provato ad accoltellare un professore a scuola in diretta social viene descritto dalla madre come un "ragazzino gentile ed educato con tutti". Cosa può aver provocato un simile gesto?
Non sempre esiste una corrispondenza tra adattamento esterno e benessere interno. Un ragazzo può apparire educato, ben inserito e adeguato nei diversi contesti di vita, ma allo stesso tempo portare dentro di sé un dolore che non riesce a comunicare. Spesso, alla base dei gesti estremi, dai suicidi agli assalti scolastici, troviamo una sofferenza che non ha trovato parole sufficienti per essere pensata e condivisa, soprattutto con gli adulti significativi. In questi casi l'azione assume una forte valenza comunicativa. Generalmente, questi comportamenti nascono dall'intreccio di vulnerabilità personali, vissuti di umiliazione o mortificazione sociale, rabbia, bisogno di riconoscimento e fantasie di riscatto o di affermazione di sé. Il gesto non va letto come un semplice scatto d'ira, ma come l'esito di un processo che, molto probabilmente, era in corso da tempo.
Quali sono i segnali da cogliere?
Esistono diversi profili e, soprattutto, non è detto che questi ragazzi abbiano una storia di aggressività o di violenza evidente, spesso i segnali sono sottili. È importante osservare il modo in cui i giovani stanno nelle relazioni, soprattutto con i pari e con gli adulti significativi. In adolescenza, il gruppo è fondamentale per la costruzione dell'identità e, quando un ragazzo fatica a trovare una collocazione riconosciuta all'interno del gruppo, può sperimentare sentimenti molto intensi di esclusione, vergogna o marginalità. Un progressivo ritiro dalle relazioni, la chiusura nel proprio mondo, la rottura del dialogo con gli adulti, una rabbia persistente, il sentirsi costantemente fraintesi o umiliati sono elementi che meritano attenzione. A questi si possono aggiungere un interesse ossessivo per contenuti violenti, per le armi, per autori di stragi precedenti o, in alcuni casi, una fascinazione per figure storiche percepite come potenti e dominanti, come dittatori o leader autoritari. Presi singolarmente non significano necessariamente che un ragazzo sia pericoloso, ma quando diversi di questi elementi si combinano è importante interrogarsi sul disagio che stanno esprimendo e sul bisogno di riconoscimento che può esservi dietro.
Non è passato molto tempo dal caso di Trescore Balneario, dove un 13enne ha accoltellato la sua insegnante a scuola mentre era in diretta Telegram. Ma prima c'erano stati altri casi di accoltellamenti avvenuti in ambito scolastico. Come commenta questa crescente violenza?
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Luca Dinatale
La trasgressione e anche una certa quota di aggressività fanno parte da sempre dell'adolescenza. Quello che questi episodi ci chiedono di fare è interrogarci sul contesto in cui i ragazzi stanno crescendo. Oggi vivono immersi in un mondo in cui la violenza permea la quotidianità: la trovano nelle cronache, nei conflitti internazionali, nei social, nei contenuti che consumano ogni giorno. Allo stesso tempo, crescono in una cultura che attribuisce un'enorme importanza all'affermazione personale, alla popolarità e al riconoscimento immediato da parte degli altri. Molti ragazzi vivono con la paura di non riuscire a realizzarsi, di non essere all'altezza o di non avere un posto nel mondo. Quando si innestano vissuti di esclusione, mortificazione o fallimento, questi possono essere percepiti come una minaccia profonda al proprio valore personale. In alcuni casi il passaggio all'atto violento diventa un tentativo distorto di compensare questa ferita, di riprendersi potere, visibilità e senso di esistere agli occhi degli altri.
Il 12enne indossava un casco con riferimenti, tra gli altri, a stragi di ragazzi negli Stati Uniti. C'è il rischio di emulazione?
Sì, il rischio di emulazione esiste ed è ben documentato dalla letteratura internazionale. Esistono anche raccomandazioni specifiche rivolte sia ai media sia alle scuole su come parlare di questi episodi proprio per ridurre il cosiddetto effetto copycat. Nella maggior parte dei casi, non si tratta tanto di imitare il singolo gesto, quanto di identificarsi con le ragioni affettive che lo sostengono e con i suoi effetti simbolici. Alcuni ragazzi possono riconoscersi nel vissuto di umiliazione, esclusione o invisibilità attribuito all'autore e rimanere colpiti dal passaggio improvviso da una condizione di anonimato a una di notorietà pubblica. È come se il gesto promettesse una forma distorta di riscatto e persino di immortalità sociale, seppure attraverso un'azione profondamente distruttiva.
E come commenta, invece, il bisogno di annunciare ed esporre la violenza sui social, com'è avvenuto sia nel caso di San Vito Lo Capo sia di Trescore Balneario?
Oggi non basta più vivere un'esperienza: occorre che venga vista. Non è sufficiente compiere il gesto, il gesto deve avere un pubblico. Per alcuni ragazzi l'esistenza passa attraverso la visibilità e i social possono diventare il luogo in cui mettere in scena la propria rabbia, la propria vendetta e il proprio bisogno di riconoscimento. Non è da escludere che trovino online persone con cui condividere vissuti e fantasie simili, trasformando la rete in un amplificatore della rabbia e del bisogno di riscatto. Il rischio è che il gesto violento venga vissuto non solo come un'aggressione, ma anche come una comunicazione rivolta a un pubblico. Quando la visibilità diventa più importante della relazione, il riconoscimento rischia di essere cercato attraverso il gesto anziché attraverso l'incontro con l'altro.
Pensa che possa servire vietare i social entro un certo limite di età, com'è stato fatto, per esempio, in Australia?
Sicuramente ritardare l'accesso ai social e, più in generale, ai dispositivi elettronici rappresenta un fattore di protezione. Molte ricerche mostrano che un utilizzo precoce è associato a maggiori difficoltà sul piano emotivo, relazionale e dell'immagine di sé. Detto questo, non credo che il tema possa essere affrontato solo in termini di divieto. La questione è soprattutto educativa. Dobbiamo aiutare i ragazzi a sviluppare competenze emotive e relazionali e rafforzare la presenza di adulti significativi nella loro vita. I social tendono a occupare spazio soprattutto dove esistono vuoti relazionali e difficoltà di dialogo. Per questo, accanto a eventuali limiti, è fondamentale investire nella qualità delle relazioni e nell'accompagnamento educativo.
Quali consigli dà a genitori e scuola?
Il rischio è che, di fronte a episodi come questi, si pensi soltanto a misure di controllo sempre più rigide. Ma se vogliamo evitare di arrivare a modelli come quelli americani, con metal detector e sicurezza armata nelle scuole, dobbiamo investire molto prima. La vera sfida è la prevenzione. Significa rafforzare l'alleanza tra scuola, famiglie, agenzie educative, associazioni e territorio, offrendo ai ragazzi occasioni positive di crescita e confronto. Dobbiamo educarli non solo alle competenze didattiche, ma anche a quelle emotive, relazionali e affettive. La sicurezza non si costruisce soltanto controllando ciò che entra a scuola, ma aiutando i ragazzi a trovare strumenti per dare senso a ciò che accade dentro di loro prima che il disagio si trasformi in violenza.