Un coltello in aula, uno smartphone acceso e la volontà di trasformare un gesto violento in un contenuto da condividere. Da San Vito Lo Capo a Trescore Balneario, due episodi che hanno sconvolto l'opinione pubblica presentano un elemento comune: la presenza della telecamera nel momento dell'aggressione. Un dettaglio che sposta l'attenzione oltre il singolo fatto di cronaca e porta dentro un universo digitale fatto di community, contenuti true crime e dinamiche di emulazione che preoccupano sempre più educatori e investigatori. Non solo cronaca nera, dunque, ma un fenomeno che ancora una volta ci fa interrogare sul ruolo dei social, dove il confine tra racconto del crimine, ricerca di notorietà e spettacolarizzazione della violenza appare sempre più sottile.
L'appartenenza alla true crime community - A tradire l'appartenenza del 12enne di San Vito questa comunità sono gli hashtag usati nei quattro video che aveva pubblicato su TikTok prima dell’attacco: da #tcc, l’abbreviazione di true crime community a #truecringecommunity, una versione storpiata per evitare la censura automatica sui social. Gli investigatori non escludono la possibilità che possa trattarsi di una challenge, una sfida estrema lanciata sui social per dimostrare il proprio coraggio. Il confine fra gesto incosciente e violenza consapevole è labile quando si parla di dodicenni. Ma a segnalare la presunta appartenenza alla true crime community, che gli esperti fanno rientrare nel cosiddetto "estremismo violento nichilista", c’è anche l’insieme di scritte che lui stesso aveva disegnato con un pennarello bianco sull’elmetto e sui due coltelli, che traboccano di espressioni usate per farsi riconoscere come parte del gruppo. "Meno 51", come il numero di vittime della strage di Christchurch nel 2018, quando il terrorista di destra Brenton Tarrant aveva attaccato una comunità musulmana neozelandese. "Columbine" e "Sandy Hooks", come le scuole statunitensi dove sono avvenute due famigerate sparatorie. Tutto riconduce al culto del rampage, al mito dei killer che seduce i giovani.
Ma cosa sono le cosiddette true crime community? - Con questa espressione si indicano gruppi online, canali social, forum e chat dedicati al racconto e alla discussione di delitti, omicidi e casi giudiziari reali. Il fenomeno nasce come interesse per la cronaca nera e per l'analisi investigativa, alimentato da podcast, serie televisive e documentari. Ma negli ultimi anni alcune aree più estreme del web hanno trasformato il racconto del crimine in una forma di intrattenimento sempre più spettacolarizzata. Nelle community più problematiche non ci si limita a commentare i fatti. Alcuni utenti finiscono per idolatrare autori di reati, condividere video violenti, diffondere manifesti personali degli aggressori o cercare notorietà attraverso gesti imitativi. Gli esperti parlano di "effetto emulazione": la convinzione che un atto estremo possa garantire attenzione, visibilità e riconoscimento all'interno di determinate cerchie digitali.
Centinaia di utenti attirati dal crimine - "Quando farai lo streaming?", sono decine gli utenti chiedevamo al dodicenne informazioni su come seguire la diretta. Potrebbero aver scoperto il profilo del giovane utente tramite gli hashtag noti a chi già si interessa a questi argomenti. A volte banditi dalle piattaforme restano a disposizione di curiosi che sanno dove cercare. E' ignota la loro età, ma con molta probabilità si tratta sempre di giovanissimi che si precipitano nei commenti per chiedere dove poter assistere in diretta all’attacco. Trasmettere sulle piattaforme di Telegram o Discord permette all’aspirante stragista di farsi conoscere. "Alcuni fan della Tcc si spingono oltre e compiono atti di violenza", si legge in un approfondimento dell’Institute for Strategic Dialogue, think tank specializzato in terrorismo ed estremismo, "per dare sfogo alle proprie frustrazioni, per rendere omaggio agli assassini preferiti, per guadagnare notorietà nella comunità".
© Withub
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La preoccupazione di sociologi ed educatore - Il problema maggiore è soprattutto quando ragazzi particolarmente fragili o isolati si trovano ingabbiati in alcune community. Su diversi forum e social network molti utenti hanno evidenziato il ruolo dei gruppi Telegram, delle dirette video e della continua ricerca di contenuti sempre più scioccanti. Oppure spesso dietro questi episodi esistono situazioni personali, familiari e psicologiche complesse. La sfida, secondo sociologi ed educatori, è comprendere come l'ambiente digitale stia cambiando il rapporto dei più giovani con la violenza e con la percezione delle conseguenze delle proprie azioni. E anche tutelare i ragazzi più fragili. I casi di San Vito Lo Capo e di Trescore Balneario riaccendono l'urgenza di intervenire: serve una rete fatta da scuola, società, valori culturali, famiglia. leggi Ma una risposta definitiva non esiste ancora.