"Ho sentito un urlo. Sono corso là, ma sono arrivato troppo tardi. Sono arrivato tardi". Lo ripete e non si dà pace Wilmer Ibarra, il papà di Gianluca il 22enne ucciso alla stazione di Milano Certosa, costretto a rivivere l'incubo di perdere un figlio, visto che già tre anni fa ha pianto la scomparsa di una figlia morta di parto. Davanti a un bar a pochi passi dalla stazione, Wilmer mostra le mani ancora sporche del sangue del figlio e prova a ricostruire quei momenti che continuano a tormentarlo. Attorno a lui ci sono amici e parenti che cercano di sostenerlo, mentre lui ripete di non riuscire ad accettare quanto accaduto. Gianluca, racconta, era appena rientrato dal lavoro insieme a lui. "Era un gran lavoratore, un bravo ragazzo, non faceva male a nessuno", dice con la voce spezzata.
Secondo il racconto del padre, poco prima dell'aggressione la famiglia avrebbe incrociato un gruppo di giovani fuori dalla stazione. "Facevano gli sbruffoni, facevano simboli con le mani e dicevano di essere i re della zona", spiega a La Repubblica. Poi il nuovo incontro, poco dopo, quando i due fratelli si sono diretti in stazione per tornare a casa. Wilmer parla anche del figlio maggiore, Gianfranco, che avrebbe tentato fino all'ultimo di salvare il fratello. "Per due volte lo ha aiutato a rialzarsi mentre scappavano. La terza non ce l’ha fatta", racconta. E mentre Gianluca era a terra, il fratello sarebbe rimasto accanto a lui fino all'arrivo dei soccorsi. "Continuava a dire: 'Non voglio morire'".
"Avevano coltelli e forbici" -
Il padre della vittima ricorda anche gli attimi immediatamente precedenti all'aggressione. "Martedì sera eravamo insieme, c'era anche la mia compagna con nostra figlia piccola, erano venuti da me a cena. Eravamo scesi per bere una birra e mentre tornavamo a casa abbiamo visto questo gruppo di ragazzi sudamericani", racconta. Uno di loro, sostiene Wilmer, si sarebbe avvicinato dicendo: "Siamo i latin king, siamo i re della zona". Dopo aver accompagnato la famiglia verso casa, nonostante il consiglio del papà di fermarsi lì a dormire, Gianluca e il fratello sarebbero tornati in stazione per prendere il treno verso Segrate. È in quel momento che il padre avrebbe sentito le urla. "Ho capito subito che erano i miei figli", dice. Quando è arrivato sui binari, Gianluca era già gravemente ferito. "Lo hanno colpito con coltelli, forbici e bottiglie", afferma ancora il padre. "Aveva decine di ferite".
"Mi diceva: 'Papi non farmi morire'" -
Poi il ricordo più doloroso, quello che continua a tornargli in mente senza sosta: "Mi diceva: 'Papi, non farmi morire'. Io gli rispondevo di resistere, di essere forte". Wilmer racconta di aver seguito l'ambulanza fino all’ospedale senza mai perdere la speranza. Ma non ha avuto la forza di entrare in obitorio. "Non voglio ricordarlo così. L'ultima immagine che voglio tenere è quella di lui sorridente a casa", confida. Nel suo racconto torna spesso un concetto: Gianluca non aveva legami con bande o gruppi criminali. "Lo voglio dire chiaramente: mio figlio non faceva parte di nessuna gang. Era un ragazzo d'oro".
La richiesta di giustizia -
Il dolore di Wilmer si intreccia a quello per un'altra tragedia familiare che lo aveva già colpito tre anni fa, quando aveva perso una figlia morta di parto. "Dopo di lei, adesso Luca", ripete battendosi il petto, quasi incredulo davanti a un nuovo lutto. Le sue parole oscillano continuamente tra disperazione e rabbia. Dice di aver visto alcuni aggressori fuggire subito dopo l'assalto: "Due sono saliti su un treno, altri sono scappati a piedi". Lui avrebbe provato a inseguirli, salvo poi tornare dal figlio ferito sui binari. Adesso, spiega, resta soltanto una richiesta. "L'unica cosa che voglio è che la morte di mio figlio non resti impunita". Una frase che ripete più volte, con gli occhi pieni di lacrime. "Voglio giustizia".