Nell'Italia con la natalità ai minimi storici, 6,6 milioni di persone dichiarano di aver rinunciato ad avere bambini che desiderano. L'Istat segnala come tra i 9,8 milioni di persone tra i 18 e i 49 anni che esprimono l'intenzione di non avere figli in futuro, solo una piccola parte affermi che i bambini non rientrano nel proprio progetto di vita (il 5,5%). Tre su dieci hanno già i figli che desiderano, mentre la quota più ampia ha rinunciato ad avere i figli desiderati (62,2%) per problematiche di varia natura, a partire dalla sfera economico-lavorativa. I dati nel rapporto annuale dell'Istituto nazionale di Statistica.
La rinuncia a fare un figlio -
Per quasi 2,8 milioni di persone, cioè oltre quattro su dieci tra coloro che non intendono diventare genitori o avere altri figli, il peso delle difficoltà economiche o la mancanza di certezze lavorative impediscono che il desiderio diventi intenzione (nel 32,7% per difficoltà economiche, nel 9,% per mancanza di certezze lavorative). Le donne più degli uomini percepiscono come ostacolo l'incertezza lavorativa (13,6% contro il 4% degli uomini); gli uomini, invece, le difficoltà economiche (39,3% contro il 27,6% delle donne). Anche l'impegno di cura verso i propri genitori frena le prospettive genitoriali.
Più di una persona su dieci, tra coloro che non intendono avere figli, è così impegnata nel curare i genitori anziani da rinunciare a un progetto di genitorialità (11,5%), una quota decisamente superiore a quella di chi rinuncia per curare i figli già avuti (1,7%). L'impatto della cura dei genitori anziani si manifesta in modo consistente dai 35 anni e la prospettiva di prendersi cura contemporaneamente della generazione precedente e di quella successiva fa sì che 763 mila persone rinuncino a progetti di fecondità. Per 1,3 milioni di persone, il desiderio è stato rinviato così a lungo da non potere più essere realizzato: per loro, la decisione di non avere figli deriva principalmente da problemi di età (19,7% di chi non intende avere figli a causa di difficoltà nel realizzare il proprio desiderio).
La posticipazione della genitorialità verso età più avanzate (nel 2025 l'età media al parto è di 32,7 anni) determina una crescente incidenza di nascite da madri over 40. Tuttavia, dopo questa soglia di età la probabilità di concepire naturalmente si riduce drasticamente. Le tecniche di procreazione medicalmente assistita (pma) nel 2023, hanno contribuito per il 3,9 per cento alla fecondità totale, un valore quasi raddoppiato nell'arco di un decennio (dal 2,1 per cento del 2013). Nel 2025 il numero medio di figli per donna è calato nuovamente, passando da 1,18 del 2024 al minimo storico di 1,14. Il tasso di crescita della popolazione è prossimo allo zero, ma in miglioramento rispetto al biennio precedente (-0,5 per mille del 2024 e -0,4 per mille nel 2023) grazie alla dinamica migratoria. Il saldo naturale tra nascite e decessi continua comunque a essere negativo (-296 mila unità).
Per i Millennial ascensore sociale in discesa ma la laurea aiuta -
Tra i Millennial, la generazione nata tra il 1980 e il 1994, la quota di persone che sperimenta una mobilità verso il basso rispetto alle condizioni occupazionali dei genitori (27,1%) supera quella registrata in tutte le generazioni precedenti e, al contempo, quella ascendente (25%). Lo rileva l'Istat nel Rapporto annuale dove registra che le origini sociali continuino a influenzare le opportunità occupazionali. Una maggiore mobilità sociale si registra tra i laureati. L'investimento in istruzione garantisce infatti risultati migliori nel mercato del lavoro: il tasso di occupazione raggiunge l'85,3% tra chi possiede un titolo terziario, contro il 74,6% dei diplomati e il 56,1% di chi ha la sola licenza media.
Il titolo di studio emerge anche come il principale fattore di protezione dall'indigenza: la povertà assoluta colpisce il 15,1% delle persone di 25 anni e più con al massimo la licenza media contro il 2,3% dei laureati. Ed è associato a una maggiore speranza di vita a 30 anni di 4,2 anni tra gli uomini e di 2,8 anni per le donne. Il numero di coloro che conseguono ogni anno una laurea è quasi triplicato dal 1999 al 2024 (fino a 544 mila); ma solo il 31,6% dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro il 44,1% della media dell'Ue. L'Italia fatica, inoltre, a trattenere i profili più specializzati: nel 2025, il 10,4% dei dottori di ricerca formati in Italia lavora all'estero. Le ragioni principali sono le maggiori opportunità di un impiego adeguato (81,7%) o meglio retribuito (73,7%).
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Anche tra i laureati, gli espatri netti sono stati quasi 21mila lo scorso anno. L'Istat rileva anche che l'Italia ha raggiunto in anticipo l'obiettivo europeo per il 2030 sugli abbandoni scolastici precoci, scesi all'8,2% nel 2025 (rispetto al 9,1% della media dell'UE27), mostrando un importante recupero rispetto al 2005, quando il divario con l'Europa era di 6,5 punti percentuali. Miglioramenti anche sul numero di ragazzi che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet (Not in education, employment or training). Nel 2025, in Italia, il fenomeno coinvolge il 13,3% dei giovani tra i 15 e i 29 anni, un valore quasi dimezzato rispetto al 2015, quando era pari al 25,7 per cento. Dal rapporto emerge, al tempo stesso, una "marcata fragilità negli apprendimenti": il 36% degli studenti all'ultimo anno delle superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica, mentre l'8,7% si trova in condizione di dispersione implicita, registrando livelli di competenze inadeguate anche in inglese.
Disoccupati in calo -
Tra il 2019 e il 2025 "l'Italia si è distinta per una drastica riduzione" dei disoccupati (-42,6%). E' quanto emerge dal Rapporto Istat. I lavoratori vulnerabili, a termine o in part-time involontario, si sono ridotti di quasi un milione scendendo a 4 milioni nel 2025. Sono il 17% degli occupati, circa uno su sei. L'istituto segnala che "il mercato del lavoro ha consolidato il percorso di crescita avviato post-pandemia. Tuttavia, si osserva una crescente difficoltà a stabilizzare la condizione lavorativa. La condizione dei giovani rimane critica, con assi di occupazione distanti dalla media europea, anche tra i laureati".
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Età media occupati sale a 45,6 anni, un freno all'innovazione -
Il sistema produttivo italiano affronta un marcato invecchiamento demografico, con l'età media degli occupati salita a 45,6 anni (+4,6 anni rispetto al 2007). La Pubblica Amministrazione presenta il profilo più anziano (49 anni e 20 di anzianità professionale), mentre i servizi Ict e il comparto alberghiero mantengono le strutture demografiche più giovani, riflettendo un maggiore ricambio occupazionale. Come sottolinea l'Istat, l'età anagrafica ha un effetto non lineare sull'innovazione. Infatti, la propensione all'innovazione cresce con l'età media dei lavoratori fino a un livello critico (es. 41-42 anni per innovazione di prodotto), per poi diminuire. Oltre il 60 per cento delle imprese ha un'età media superiore a 42 anni, suggerendo che l'invecchiamento della forza lavoro frena l'innovazione. Tuttavia, una maggiore istruzione degli addetti può compensare l'effetto negativo dell'invecchiamento sulla propensione a innovare.
Crescono disuguaglianze, pesano reddito e territorio -
Nel 2025 oltre 12,8 milioni di persone in Italia soffrono di almeno due malattie croniche e quasi un quarto della popolazione dichiara limitazioni nelle attività quotidiane. Il Rapporto Annuale dell'Istat mette in luce anche profonde disuguaglianze sociali e territoriali nella salute, nell'accesso alle cure e nella spesa socioassistenziale. Secondo il report, il 22,8% della popolazione che vive in famiglia è affetto da multi-morbilità, mentre il 22,7% riferisce limitazioni gravi o non gravi nelle attività quotidiane. Le due condizioni si combinano nel 13% dei casi e salgono al 35,4% tra gli anziani.
L'Istat evidenzia inoltre un forte legame tra salute e livello di istruzione. Tra gli over 25 con al massimo la licenza media, la prevalenza della multi-morbilità raggiunge il 25,2%, contro il 22,6% dei più istruiti. Anche le limitazioni nelle attività risultano più diffuse tra chi ha un basso titolo di studio. Le donne presentano livelli più elevati sia di malattie croniche sia di limitazioni funzionali. Persistono anche marcate differenze nella speranza di vita. Nel 2022 gli uomini trentenni con basso livello di istruzione avevano un'aspettativa di vita inferiore di oltre quattro anni rispetto ai laureati; tra le donne il divario era di quasi tre anni.
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Sul fronte sanitario, il finanziamento effettivo del Servizio sanitario nazionale nel 2024 è stato pari a 136,7 miliardi di euro, ma con forti squilibri territoriali. Emilia-Romagna e Liguria registrano i finanziamenti pro capite più elevati, mentre Calabria e Basilicata restano in fondo alla classifica, nonostante livelli di multi-cronicità superiori alla media nazionale. Le disuguaglianze emergono anche nei servizi sociali comunali. Nel 2023 la spesa media pro capite per interventi socioassistenziali è stata di 135 euro a livello nazionale, ma si passa dai 76 euro del Sud ai 177 euro del Nord-est. La Calabria registra il valore più basso, mentre la Provincia autonoma di Bolzano raggiunge il massimo.
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Teenager e social -
Nel 2024 il 95,3% degli utenti di Internet di 11 anni e più ha utilizzato i social media almeno una volta, e l'81,8% lo ha fatto quotidianamente. Il 5% degli utenti di Internet di 11 anni e più presenta un profilo di utilizzo 'problematico' dei social media, avendo sperimentato comportamenti disfunzionali. Il fenomeno è nettamente più diffuso tra i giovani: 11,1% tra i 15-17 anni e 10,5% tra i 18-24 anni. Il divario di genere è particolarmente accentuato tra gli adolescenti: tra i 15-17enni il 15,5% delle ragazze presenta un "uso problematico", contro il 7% dei coetanei maschi.
Nel 2025 fumatori in calo -
E' pari al 18,6% la quota di fumatori nel 2025 tra la popolazione di 11 anni e più (pari a circa 10 milioni di persone), valore che risulta in diminuzione rispetto a quanto registrato nel 2024 (19,2%). L'abitudine al fumo è più diffusa tra gli uomini (22,3%) che tra le donne (15,2%). Nel corso del tempo, però, il divario di genere si è significativamente ridotto: era di 9,2 punti percentuali nel 2015 ed è sceso a 7,1 punti nel 2025.
46,4% degli italiani è in eccesso di peso -
Nel 2025 il 46,4% degli italiani con almeno 18 anni risulta in eccesso di peso, tra queste il 34,8% è in sovrappeso e l'11,6%, pari a 5 milioni e 750mila persone, presenta invece una condizione di obesità. Il dato è stabile rispetto a quanto registrato nell'ultimo triennio (era pari al 46,3% nel 2023). Tuttavia l'analisi degli ultimi 10 anni mette in evidenza un incremento di 1,3 punti percentuali, determinato dalla componente dell'indicatore relativa all'obesità, passata dal 9,8% all'11,6%. È diminuita leggermente, invece, la quota relativa al sovrappeso, passata dal 35,5% nel 2015 al 34,8% nel 2025. L'incremento dell'obesità nel tempo ha riguardato in egual misura uomini e donne, interessando soprattutto la popolazione di 18-54 anni (+2,4 punti percentuali), mentre nelle altre classi di età il fenomeno si è mantenuto complessivamente stabile.
Volontariato pilastro per coesione sociale -
Il volontariato organizzato rappresenta un pilastro per la coesione sociale. Nel 2023 i volontari sono 3,2 milioni, con un impegno medio di circa 4,5 ore settimanali. Rispetto al 2013 si registra un calo di partecipazione dal 7,9 al 6,2 per cento, con una riduzione dell'intensità media mensile (da 18 ore 42 minuti a 17 ore 48 minuti). I volontari sono soprattutto adulti 45-74enni (61,1%), persone con almeno il diploma (70,8%), residenti al Nord (61,6%) e in condizioni economiche adeguate/ottime (l'80,7%). Il volontariato - precisa il rapporto dell'Istat - si concentra soprattutto nel settore ricreativo-culturale (23,9%), seguito dall'assistenza sociale e protezione civile (22%) e dal volontariato di ispirazione religiosa (17,2%). Le differenze di genere risultano contenute ma persistenti, con probabilità di partecipazione più elevate tra gli uomini (circa il 20%), e stabili nel tempo