Bambini di quinta elementare fatti camminare scalzi e bendati per simulare il dramma dei profughi in fuga lungo la rotta balcanica. È l'immagine, tanto forte quanto controversa, che ha letteralmente spaccato l'opinione pubblica negli ultimi giorni, trasformando una gita scolastica in un caso di caratura nazionale.
Eppure, mentre la politica si infiamma e il Ministero dell'Istruzione e del Merito chiede chiarimenti, il “tribunale” del web emette un verdetto a sorpresa: una maggioranza (seppur non schiacciante) degli studenti non se la sente di condannare i docenti che hanno organizzato la cosa.
A dirlo è un sondaggio a caldo condotto dal portale studentesco Skuola.net: il 54% degli intervistati - 824 giovani della community - promuove infatti l'iniziativa, considerandola un tentativo utile per far comprendere davvero che prova chi scappa dalla guerra e dalla miseria. Ma il fatto che il 46% la giudichi non idonea fa comprendere che anche gli studenti, come la pubblica opinione più in generale, sono spaccati a metà.
La gita della discordia: l’esperienza immersiva nel dramma della rotta balcanica
Tutto nasce da un progetto di educazione civica organizzato da una scuola primaria di Marostica, in provincia di Vicenza. Destinazione del viaggio di istruzione Trieste, crocevia nevralgico dell'immigrazione via terra lungo la cosiddetta rotta balcanica.
Qui i bambini non si sono limitati a incontrare dei richiedenti asilo, per ascoltare le loro storie, ma sono stati coinvolti in un'esperienza sensoriale e simbolica dai contorni decisamente impattanti: camminare senza scarpe e con gli occhi bendati, affrontando ostacoli come pietre e oggetti bagnati.
L'obiettivo degli educatori era quello di far "toccare con mano" la fatica, il disorientamento e la sofferenza di chi affronta questi viaggi della speranza per raggiungere l'Europa: i migranti in questi contesti sono spesso costretti a camminare a piedi nudi e di notte per evitare di essere scoperti.
L’attività era stata regolarmente condivisa e autorizzata dalle famiglie. Al rientro a casa, però, i racconti dei piccoli alunni hanno allarmato alcuni genitori. La miccia, poi, è stata definitivamente innescata dalla denuncia a mezzo social dell’europarlamentare leghista Anna Cisint, da cui è scaturita una reazione a catena di dichiarazioni e prese di posizione da parte di esponenti del mondo politico e pure ecclesiastico.
L’ interrogativo sollevato è cruciale: qual è il confine tra una lezione di educazione civica e un’idea di cattivo gusto che rischia di generare un trauma psicologico?
Il sondaggio “assolve” la scuola (ma di misura)
Per tastare il polso della situazione, Skuola.net - da sempre attenta a queste dinamiche - ha interrogato la sua community attraverso i propri canali social, ottenendo una risposta che, un po’ a sorpresa, ribalta in parte l'indignazione unanime veicolata da alcuni media.
Come detto, per oltre la metà degli utenti coinvolti (54%), l'attività è assolutamente lodevole. Secondo loro, simulazioni di questo tipo possono essere uno strumento efficace per abbattere l'indifferenza e far sedimentare nelle nuove generazioni una reale comprensione del dramma migratorio.
Dall'altra parte della barricata, però, c'è un blocco comunque solido (46%) che boccia senza appello l'iniziativa. Il motivo è chiaro: far camminare dei bambini scalzi e al buio è un metodo troppo estremo, che scivola pericolosamente dall'educazione all'indottrinamento ideologico.
L’opinione pubblica si spacca: un caso borderline
A rendere ancora più evidente la profonda polarizzazione sul tema è il fiume di commenti riversatosi sotto il post Instagram del portale, dove gli utenti hanno dato vita a un acceso dibattito.
Tra coloro che si schierano in difesa dei docenti, il sentimento dominante è che per un reale coinvolgimento sia necessario fare un'esperienza diretta, quanto più simile all’originale. Così, c'è chi non usa mezzi termini e applaude i professori scrivendo: "Io trovo che sia una bellissima attività", sottolineando come calarsi nei panni degli altri sia il modo migliore per capire.
Sulla stessa lunghezza d'onda, un altro utente aggiunge che "l'empatia non si impara sui libri, magari lo facessero in tutte le scuole", evidenziando come a dieci anni si sia perfettamente in grado di assorbire lezioni di profonda umanità. E c'è persino chi ribalta le accuse di chi grida allo scandalo, commentando: "L'unico vero trauma è crescere nell'indifferenza, complimenti alle maestre".
Sul fronte opposto, tuttavia, le critiche si fanno aspre e puntano il dito contro l'inadeguatezza dell'età per un carico emotivo così gravoso. I detrattori evidenziano proprio come si stia parlando di bambini di quinta elementare, scrivendo ad esempio: "Follia pura, a 10 anni non si possono far subire questi traumi psicologici per le ideologie dei prof".
Per questa parte della platea, l'istituzione dovrebbe mantenere una rigorosa neutralità, limitandosi alla didattica tradizionale: "La scuola deve insegnare la storia e la geografia, non fare politica o lavaggi del cervello", sentenzia un follower, trovando il consenso di chi bolla il metodo come manipolatorio. E c'è anche chi si spinge oltre, definendo l'intera simulazione "un inutile terrorismo psicologico mascherato da educazione civica".
Il caso di Trieste, insomma, ben lungi dall'essere una semplice polemica locale, ha ribadito le profonde divisioni di vedute sul ruolo della scuola. Deve limitarsi a trasmettere nozioni garantendo un ambiente ovattato, o ha il dovere di "sporcarsi le mani", anche a costo di scuotere le coscienze dei più piccoli? La risposta, come dimostrano i dati e le accese reazioni del web, è un terreno ancora ricco di contrasti.