in missione per conto dell'economia Usa

Trump in viaggio a Pechino con i numeri uno di Tesla, Meta, BlackRock, Apple

Il viaggio di Trump in Cina con 17 amministratori delegati rivela la sua visione del potere: la geopolitica è sempre e solo business

di Giuliana Grimaldi
© Ansa

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L'Air Force One atterrerà a Pechino il 14 maggio con una lista passeggeri alquanto inusuale: oltre Donald Trump porterà infatti, in Cina ben 17 capitani delle principali aziende tech e finanziarie degli Stati Uniti. Niente esperti di politica estera, think tanker o sherpa abituati a intessere delicate trame nel complesso e spesso indecifrabile gergo della diplomazia internazionale. Da Tim Cook a Elon Musk, passando per Larry Fink e David Solomon, per una volta gli uomini che accompagnano il presidente americano sono altrettanto famosi e abituati a stare sulle copertine di riviste come "Fortune" e "Forbes". Una visita di Stato che profuma di missione economica, che rivela quello che per il tycoon ora alla Casa Bianca, è il vero, unico scopo della politica: fare affari.

La delegazione -

 Diciassette manager per i quali la Cina, in un modo o nell'altro, è già parte dei loro business. Tim Cook guida Apple e porta con sé il problema che tiene svegli i suoi azionisti da anni: Cupertino assembla ancora la stragrande maggioranza dei suoi iPhone in Cina, e ogni escalation dei dazi si traduce direttamente in costi o in scelte industriali dolorose. Cristiano Amon di Qualcomm è sulla stessa barca perché il mercato degli smartphone cinesi vale per la sua azienda una fetta di ricavi che nessun altro mercato al mondo può rimpiazzare nel breve periodo.

La Silicon Valley partecipa alla spedizione con diversi top manager: Sanjay Mehrotra di Micron ha un conto aperto con Pechino: nel 2023 la Cina aveva vietato l'uso dei suoi chip di memoria nelle infrastrutture critiche nazionali, una ritorsione diretta alla guerra sui semiconduttori, e Mehrotra vuole riaprire quella porta. Jim Anderson di Coherent lavora sui componenti ottici e laser che entrano nelle reti di telecomunicazione e nei datacenter: un settore dove la domanda cinese è enorme e le restrizioni americane all'export mordono. Dina Powell McCormick rappresenta Meta, che in Cina non opera ma che guarda con attenzione crescente a qualunque segnale di disgelo che possa riaprire il mercato pubblicitario più grande del mondo.

Anche la finanza è presente e compatta: Larry Fink di BlackRock gestisce oltre dieci trilioni di dollari di asset e ha investito significativamente nella sua presenza in Cina, ottenendo nel 2021 la prima licenza per un fondo comune interamente a controllo straniero: vuole proteggere e ampliare quella testa di ponte. Stephen Schwarzman di Blackstone ha legami profondi con l'élite finanziaria cinese (il suo nome è persino su un college a Pechino) e gestisce investimenti immobiliari e infrastrutturali nel Paese. David Solomon di Goldman Sachs e Jane Fraser di Citi guidano due delle principali banche d'investimento americane operative in Cina, entrambe alla ricerca di un contesto normativo meno ostile dopo anni di stretta regolatoria. Michael Miebach di Mastercard e Ryan McInerney di Visa inseguono da anni l'apertura del mercato cinese dei pagamenti, che Pechino ha tenuto storicamente blindato attorno ai propri campioni nazionali UnionPay, Alipay e WeChat Pay: qualsiasi concessione su questo fronte varrebbe miliardi.

E poi c'è l'industria pesante: Kelly Ortberg di Boeing è forse il nome più atteso dell'intera delegazione. Sul tavolo ci sarebbero circa 500 Boeing 737 MAX e decine di widebody: sarebbe il primo grande ordine cinese dal 2017, e per un'azienda che ha attraversato anni difficilissimi tra la crisi del 737 MAX e il deterioramento dei rapporti commerciali tra i due Paesi, rappresenterebbe un'ancora di salvezza industriale e finanziaria. H. Lawrence Culp di GE Aerospace segue Boeing con una logica complementare: i motori che equipaggiano i 737 MAX sono in parte prodotti da GE, e un grande ordine aeronautico è anche un grande ordine per i propulsori. Senza dimenticare Elon Musk che guida Tesla e SpaceX e che è, in questo viaggio, un caso a sé: Tesla produce e vende in Cina in modo significativo (la Gigafactory di Shanghai è uno dei suoi stabilimenti più produttivi) e Musk ha tutto l'interesse a che i rapporti tra Washington e Pechino restino abbastanza fluidi da non mettere a rischio quel pezzo cruciale del suo impero industriale.

Infine cibo e scienza: Brian Sikes di Cargill porta l'agribusiness americano: la soia è da sempre uno degli assi nella manica più efficaci nelle trattative con Pechino, che ne è il principale importatore mondiale. Jacob Thaysen di Illumina opera nel sequenziamento genomico, settore ad alta intensità scientifica dove la competizione con la Cina è già tesa e dove l'accesso al mercato dipende da equilibri politici oltre che commerciali.

L'utile come unico fine -

 Donald Trump non ha mai fatto mistero di come vede il mondo e di quale compito attribuisce alla politica. Lo ha scritto nei suoi libri, lo ha detto in mille interviste e show televisivi, lo ha praticato per decenni nel settore immobiliare newyorkese: tutto è una trattativa il cui fine è il guadagno economico, tutti gli interlocutori (siano essi stati, organizzazioni terroristiche, aziende) hanno un prezzo. I confini territoriali sono passibili di ricatto e le alleanze globali sono semplicemente accordi commerciali tra stati, la guerra, infine, è lo strumento da imbracciare quando le minacce verbali esauriscono la loro carica di paura. Una visione che molti analisti hanno sempre liquidato come ostile a qualsiasi idealismo, e gretta e pericolosa nel suo eccesso di semplicità, ma anche l'unica costante nello spesso schizofrenico comportamento del presidente americano.

Una visione che non funziona con chi ha forti valori  La visione del mondo di Trump, radicalmente utilitarista, funziona ma solo in parte. Ha funzionato con i Paesi del Golfo, dove il potere è personale e transazionale quanto il suo, ma mostra tutti i suoi limiti quando si siede di fronte a interlocutori che ragionano in termini di ideologia e valori profondi. Come nel caso di Putin o il regime iraniano degli Ayatollah.

Putin pensa a costruire una sfera d'influenza che considera sottratta ingiustamente alla Russia dopo il 1991. La sua è una narrazione di riparazione storica. Trump ha trascorso mesi a cercare il "numero" giusto, il "prezzo" giusto da offrire al Cremlino per ottenere la fine della guerra in Ucraina, senza capire che per Mosca non esiste.

Stessa storia con l'Iran: la Repubblica islamica è retta da una classe dirigente che considera la resistenza all'Occidente non imperativo teologico e identitario. I Pasdaran sono guardiani di una rivoluzione che si nutre di tensione e proclami esagerati. La pressione esercitata dalla Casa Bianca attraverso dazi, sanzioni, minacce non piega tale approccio ma al contrario finisce per rinforzarlo e nutrirlo.

La Cina parla la stessa lingua di Trump? -

  In questo senso, la Cina è forse l'unico interlocutore con cui Trump potrebbe parlare se non proprio la stessa lingua, un idioma simile: quello del pragmatismo. Perché se con Putin e l'Iran Trump non ottiene risultati per eccesso di semplificazione, cercando un deal dove non c'è spazio se non per l'ideologia, con la Cina almeno il campo di gioco è comune: l'interesse economico e la corsa al primato mondiale.

Per Washington qualche partita si potrebbe rivelare più facile da vincere di altre (dalla soia agli aerei, passando per un qualche allentamento sui dazi), mentre si giocheranno match più grandi e difficili da aggiudicare in termini univoci: dalla leadership nell'intelligenza artificiale e nei semiconduttori, agli standard tecnologici e all'influenza nel Sud globale. E per aggiudicarsi le competizioni più a lungo termine e il riconoscimento come potenza non isolata, Xi Jinping potrebbe insomma essere disposto a fare qualche concessione a Trump; qualche trofeo immediato da raccontare di ritorno a casa per distogliere l'attenzione degli americani dalla montante insoddisfazione per la guerra in Medioriente e il carovita.

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