storie di moda

Pina G. Quando la camicia è protagonista

Pina Gandolfi propone un progetto sartoriale intessuto di inclusività e sostenibilità 

di Elena Misericordia

Pina G è un progetto che elegge la camicia come protagonista. Nato dalla passione di Pina Gandolfi, giornalista, creative director e fashion editor, il brand propone una collezione fatta di capi belli, di alta qualità, pensati per durare nel tempo, oltre le stagioni e al di là delle tendenze effimere del momento. Maschile, femminile, unisex, la camicia è il capo più versatile del guardaroba, declinabile all’infinito, adatta per ogni occasione e abbinabile a qualsiasi stile.

Ciascun capo è confezionato con tecniche artigianali, nel rispetto della tradizione sartoriale italiana, con cura e attenzione ai dettagli, a Milano, in laboratori d’eccellenza.
Inoltre, una parte della produzione è realizzata dalla Cooperativa Alice, attiva dal 1992, con laboratori sartoriali a Milano e nelle sezioni carcerarie di San Vittore, Bollate e Monza. L’obiettivo della Cooperativa è il reinserimento sociale di donne in difficoltà, tramite l’apprendimento di un mestiere antico, che permette loro di emanciparsi dallo stigma sociale e di acquisire una nuova autonomia, reintegrandosi nel mondo del lavoro. La mission di Alice è la costruzione di una realtà inclusiva, che restituisca centralità alla persona e promuova lo sviluppo sostenibile, attraverso l’artigianalità e le filiere etiche.

Pina G concepisce la sostenibilità come un sistema virtuoso. Attraverso una ricerca meticolosa, seleziona rimanenze di tessuti di altissima qualità, spesso scartati dalle grandi Maison, e li utilizza per realizzare le proprie camicie. A questi tessuti eccellenti viene quindi data una nuova vita per rendere la filiera della moda più sostenibile.

La collezione si compone di sole otto camicie –  la Numero uno, la Piccolina, la Mollino, la Caravaggio va al mare, la Polo del mio amore, la Pirata e la Coco – Lartigue –, ciascuna con una propria identità specifica. Ognuna di esse ha una storia da raccontare e nasce dall’incontro, reale o immaginario, fra Pina Gandolfi e i suoi miti: Carlo Mollino, Lee Miller, Coco Chanel, Jacque Henri Lartigue, e molti altri. Questo legame profondo prende forma concreta nei modelli, vive nella trama dei tessuti, si salda nelle cuciture realizzate a mano. La limitatezza della collezione, inoltre, mira a proporre un modello di acquisto responsabile, in un mondo che non riesce più a sostenere il peso di un consumismo spasmodico, alimentato dal susseguirsi incessante di nuove mode.

Pina G è anche un luogo fisico: l’Atelier, dove ogni impegno viene affrontato con passione, ironia e fluidità. Questa è la casa delle otto camicie, che vengono esposte in tutte le loro varianti cromatiche e materiche. Ma è anche un’oasi di leggerezza, dove incontrarsi per discutere di moda e di styling, di vita e di sogni, senza sovrastrutture.

Chi è Pina Gandolfi? Quali sono le tue origini e qual è stato il tuo percorso di formazione? 
Sono giornalista, creative e fashion director fino al 2017 circa. Per anni ho raccontato storie e moda all’interno di splendide redazioni, lavorando negli anni ’90, un periodo straordinario di creatività, progetti e scoperte. Un mondo molto diverso da quello di oggi, senza continue reference e senza omologazione. Dopo una splendida “carriera” — o “corriera”, come preferisco chiamarla io, sorridendo —, ho ricominciato a viaggiare, a fare consulenze e a guardarmi intorno con occhi diversi. 

Quando e com’è nato il brand Pina G? 
Durante il periodo del Covid ho sentito il bisogno di seguire finalmente la mia parte più ribelle e libera. È lì che nasce Pina G Milano. Non da un’ossessione, anche se ho sempre amato profondamente le camicie, ma dal desiderio di creare qualcosa di personale. E di farlo insieme a mia figlia Amina, che oggi si occupa dell’immagine del brand. Un altro bellissimo viaggio da condividere. 

Perché proprio la camicia? 
Perché è il capo più libero che esista. Può essere autorevole o morbida, rigorosa o stropicciata, proprio come noi donne. Cambia la tua attitudine, il modo in cui ti muovi, la sicurezza che senti addosso. Non è mai un capo neutro. 

Quali sono le cifre stilistiche delle tue collezioni? 
Non inseguo tendenze né costruisco collezioni legate ai calendari della moda. Scelgo personalmente tessuti e dettagli, innamorandomi delle stoffe e delle storie che portano con sé. Creo capi pensati per durare, per essere amati nel tempo. Con leggerezza e ironia, che per me non sono particolari trascurabili, ma un modo di stare al mondo. 

Otto camicie ciascuna con una propria identità specifica. L’ispirazione da dove arriva? 
Le otto camicie della collezione nascono tutte da incontri, reali o immaginari. Persone che avrei voluto conoscere, ascoltare, vivere. Coco Chanel, Lartigue, Caravaggio, Lee Miller, Carlo Mollino. E poi il mio amore più grande: mia figlia Amina. 

Le tue camicie sono realizzate dalla Cooperativa Alice. In cosa consiste questo progetto? Che importanza assume la sartorialità Made in Italy nell’ambito della tua produzione? 
Per me è importante sapere esattamente dove e come vengano realizzate le mie camicie. Una parte della produzione è affidata alla Cooperativa Alice, realtà che conosco da anni, perché in passato confezionava anche alcuni campioni per le campagne pubblicitarie che seguivo. È stato quindi naturale ritrovarsi oggi in questo progetto. Un’altra parte viene realizzata in Lombardia, in un laboratorio artigianale specializzato nella confezione di camicie, guidato da una donna. Mi piace l’idea di lavorare con realtà vicine, con competenze vere, attenzione ai dettagli e un approccio molto umano al lavoro. Anche questo, per me, fa parte del valore di un capo. 

Come si manifesta in concreto l’impegno di Pina G nei confronti del tema della sostenibilità ambientale? 
La sostenibilità per me deve essere concreta. Collaboro con aziende specializzate nella ricerca di stock di altissima qualità provenienti da produzioni invendute o fuori ciclo. Tessuti straordinari che meritano una seconda vita. Lavoro inoltre con realtà che certificano provenienza e tracciabilità dei materiali. Comprare meno, ma comprare meglio, è sempre stato il mio modo di vedere le cose. 

A quali donne ti rivolgi? 
Mi rivolgo a donne che hanno smesso di rincorrere. Donne che scelgono con lentezza, sensibilità e gentilezza. 

Progetti e sogni per il futuro?  
Vorrei continuare a vivere questo progetto con la stessa passione e lo stesso amore con cui è nato. Nel mio atelier passano tante donne che non si fermano solo per acquistare una camicia, ma per stare insieme, parlare, condividere emozioni. Ed è forse questa, alla fine, la cosa più bella: creare connessioni autentiche attraverso qualcosa che si indossa.