Da due anni e mezzo, Antonio Camilli vive la sua vita a metà: due settimane al mese a Lecce, per gestire il locale che ha aperto nella sua città, e le altre due a Manama, in Bahrein, dove è socio ed Executive chef del ristorante di fine dining italiano "L’Orto". Un progetto ambizioso che, insieme alla voglia di mettersi in gioco, stava iniziando a dare i suoi frutti: ma appena il 35enne ha iniziato a raccoglierli qualcosa è andato storto, da un giorno all’altro.
Per la precisione, dal 28 febbraio, quando è iniziato il conflitto che vede Stati Uniti e Israele contro l’Iran: la guerra sta avendo un impatto enorme su tutta la regione, anche sui Paesi del Golfo, che hanno iniziato a svuotarsi già dopo le prime settimane di conflitto.
Le conseguenze sono state immediate: i tavoli de "L’Orto" adesso sono apparecchiati per clienti che non arrivano e i membri dello staff superano - o, addirittura, doppiano - il numero di persone che ogni sera hanno il coraggio di uscire di casa e raggiungere il locale, semi-deserto. "Io e il mio partner stiamo affrontando un periodo di grandi sacrifici, di grande tensione. Il nostro ristorante prima aveva 60 clienti a sera, dopo l’inizio della guerra ne facciamo sei", racconta Camilli a Tgcom24. "Nel frattempo, abbiamo dovuto dimezzare lo staff. Eravamo una trentina, ora siamo rimasti in dodici".
Tanti clienti, continua lo chef, "li abbiamo persi perché in Medio Oriente non c’è quasi più nessuno. Chi è rimasto è gente che ci vive da sempre. Chi ha potuto, invece, è andato via e lo ha fatto sapendo di non tornare a breve termine". Expat, sì, ma soprattutto turisti: secondo un report di Oxford Economics, in uno scenario di escalation prolungata gli arrivi dei viaggiatori nella regione potrebbero diminuire tra l’11% e il 27% nell’arco del 2026, con una perdita stimata tra 23 e 38 milioni di visitatori internazionali.
Altissime le perdite economiche: secondo l’ultima stima ufficiale del World Travel & Tourism Council - pubblicata l’11 marzo 2026 - il conflitto costa al settore turistico del Medio Oriente almeno 600 milioni di dollari al giorno (in mancata spesa internazionale). A questo si aggiunge anche la crisi del jet fuel e i forti rincari del cherosene che hanno contribuito a mettere in ginocchio questo comparto (e non solo).
Lo stesso Camilli, racconta, continua ad avere difficoltà a raggiungere Manama: "Sarei dovuto partire domenica scorsa, ma mi hanno rinviato il volo a causa degli ultimi eventi. Io sto gestendo tutto a distanza, ma è complicato", aggiunge. La difficoltà più grande per lo chef, adesso, è dover ricreare l’immagine del ristorante per adattarlo ai gusti - e alle tasche - degli abitanti della regione, di chi non è andato via. "Ci siamo adeguati a quello che adesso è il pubblico che è rimasto in Medio Oriente", spiega. "Abbiamo dovuto rivedere il target, gli obiettivi e anche le differenti strutture del menù. Per questo, è stato necessario aprire un servizio di consegna a domicilio e stiamo lavorando di più con prodotti semplici, come la pizza".
Questo perché chi prima era disposto a spendere (e tanto) per mangiare in ristoranti di alta fascia, adesso ha lasciato il Paese oppure preferisce evitare spese superflue, dato il periodo di forte incertezza: "La gente, se prima aveva 100 euro da spendere per una cena, in un momento di tensione, di preoccupazione, di forte instabilità come questo sceglie piuttosto di tenerseli in tasca e, se proprio vuole andare fuori, lo fa per un caffè o al massimo per una pizza o una colazione".
A influire sull’andamento del locale è anche quello che il ristorante riesce a offrire ai propri clienti: con l’inizio della guerra i trasporti, via aerea e via mare, hanno subito una brusca frenata e questo, per una cucina che importa la maggior parte dei suoi prodotti, significa dover togliere dal menù i piatti di punta. "Adesso lavoriamo con il prodotto locale, per quanto possibile, ma il prodotto locale non è la burrata e se non ci sono la burrata o il ragù la gente non va a mangiare in un ristorante italiano".
Il blocco dello Stretto di Hormuz e la difficoltà degli aerei a sorvolare lo spazio sopra l’area mediorientale rendono molto difficile il transito e l’arrivo degli approvvigionamenti, ma non solo: "In Medio Oriente, questa si chiama la stagione delle crociere. Arriva il caldo e chi si imbarca scende giù dall’Europa e rientra nel Golfo, passando da Hormuz. Poi, solitamente, i viaggiatori si fermano due giorni in Oman, due giorni in Bahrein, due giorni in Arabia Saudita. Quando arrivavano le crociere, arrivavano centinaia di turisti: italiani, russi e tante altre nazionalità. Quello per noi era lavoro. Adesso, però, le crociere non passano più perché lo Stretto è bloccato".
Tutti questi fattori, per attività come quella del 35enne leccese, possono portare anche alla chiusura: "Questa è la scommessa: vedere cosa succede nei prossimi mesi e, a fine estate, tirare le somme e capire se tutto ciò è sostenibile. Oppure, se è meglio chiudere e aspettare di capire quello che accadrà".
Il problema, commenta lo chef con amarezza, è che "Donald Trump è fuori controllo. È una persona che ha quasi 80 anni, a cui non importa del futuro perché tanto tra 30 anni non ci sarà". Ma, conclude, "io, forse, tra 30 anni ci sarò ancora, i miei figli ci saranno, i figli dei miei chef ci saranno. Noi pensiamo al futuro e io non vedo un futuro con la guerra".