"Le nostre indagini furono ostacolate". Scelgono un titolo eloquente Lucia Musti e Giovanni Spinosa, magistrati che seguirono le inchieste sulla banda della Uno bianca negli anni degli arresti, per la lettera inviata al quotidiano La Stampa dove tornano sulla lunga stagione del caso che tra il 1987 e il 1994 fece tremare tutto il Paese, in particolare Emilia Romagna e Marche. I due ex pm parlano apertamente di depistaggi, verità mai chiarite fino in fondo e sostengono che la ricostruzione fornita dai fratelli Savi non abbia mai convinto del tutto gli investigatori. Secondo Musti e Spinosa, le dichiarazioni rese allora dai componenti del gruppo criminale erano segnate da "incongruenze", omissioni e passaggi "ispirati da ricostruzioni artefatte". I magistrati spiegano inoltre di guardare con fiducia al nuovo lavoro della Procura di Bologna, che dall’inizio del 2024 ha aperto un'indagine per individuare eventuali complici dei responsabili già condannati in via definitiva.
I dubbi sui Savi e i possibili legami esterni -
Nella lettera, i due ex magistrati sottolineano come le parole pronunciate recentemente da Roberto Savi in un'intervista siano apparse "parziali, reticenti e talvolta menzognere". Un elemento che, secondo loro, riporta d’attualità interrogativi mai completamente risolti. Musti e Spinosa ricordano anche il primo processo per l’eccidio del Pilastro: il 3 giugno 1995 la Corte d'assise di Bologna assolse gli imputati, ma nelle motivazioni indicò come plausibile uno scenario collegato a traffici illeciti, con un ruolo marginale degli assolti e un coinvolgimento dei Savi. I giudici, inoltre, fecero riferimento a possibili rapporti con la camorra e lasciarono intravedere l'esistenza di appoggi esterni alla banda. Per gli ex pm, questi elementi rendono ancora necessario approfondire quanto accaduto dietro una delle vicende più oscure della storia italiana.