Il 6 maggio 1976 un violentissimo terremoto colpì il Friuli Venezia Giulia. La scossa principale, di magnitudo 6.5 con epicentro a circa cinque km di profondità, arrivò intorno alle 21 e fu avvertita in gran parte del Nord Italia. Interi borghi furono distrutti in pochi secondi, soprattutto nelle zone di Gemona e Osoppo. È considerato il quinto peggior evento sismico nell'Italia del '900.
Le vittime -
Il bilancio si rivelò pesantissimo: quasi mille morti (990), oltre 2.500 feriti e circa 100 mila sfollati. Molte persone rimasero intrappolate sotto le macerie ed intere famiglie persero la casa. In pochi secondi circa 17mila abitazioni si sbriciolarono. La tragedia colpì soprattutto piccoli centri già fragili caratterizzati da costruzioni in pietra e vita rurale. Nei mesi successivi la terra non diede tregua alla popolazione con uno sciame sismico che fece temere per una seconda scossa catastrofica. A settembre 1976 nuovi movimenti tettonici causarono ulteriori crolli ma senza mietere vittime. La gestione dell'emergenza fu particolarmente difficile proprio a causa dell'incessante stato d'allerta.
I soccorsi e la solidarietà -
I primi aiuti arrivarono rapidamente da tutta Italia. Esercito, vigili del fuoco, forze dell'ordine e volontari si mobilitarono per scavare tra le macerie e assistere i sopravvissuti. Fu una delle prime grandi prove del sistema di protezione civile moderno, instaurato per legge nel 1970. L'intero Paese rispose con un senso di comunità straordinario per il tempo tramite raccolte fondi e supporto logistico. Anche molti Paesi europei offrirono la propria assistenza mandando aiuti e mezzi.
La ricostruzione -
La fase successiva al disastro fu altrettanto importante. La ricostruzione venne affidata in gran parte alle comunità locali. Si scelse di seguire il motto "dov'era e com'era", mantenendo l'identità dei territori distrutti. Il cosiddetto "modello Friuli" è ancora oggi considerato un esempio. Tempi rapidi e trasparenza nella gestione dei fondi permisero infatti una ripresa di successo. Fondamentale fu la scelta di dare la precedenza ad abitazioni e fabbriche. L'aver dato la priorità alla ripresa economica fece sì che si riuscì a ritessere non solo lo sviluppo economico ma anche il panorama sociale. Il borgo di Venzone, completamente raso al suolo, venne costruito da zero pietra su pietra diventando uno dei simboli del modello vincente.