Roberto Savi, ex agente di polizia e membro della banda della Uno Bianca, torna a parlare dal carcere. In un'intervista rilasciata al quotidiano La Stampa, offre una nuova interpretazione delle azioni del gruppo, responsabile di una lunga scia di sangue tra la fine degli anni '80 e i primi '90.
Gli inizi -
"Ci servivano i soldi e per averli bisogna prenderli a qualcuno. Abbiamo deciso di fare le rapine. È nata così. Abbiamo iniziato dai casellanti perché era semplice: è un punto di transito. Una macchina che passa, come tutte le altre, nessuno la vede quasi". La banda riuscì a sfuggire alle indagini per circa sette anni (dal 1987 al 1994), nonostante i 24 omicidi confermati durante le indagini. "Loro (ndr. le autorità) ce la mettevano tutta, non ci trovavano, non ci prendevano. Certo, un po' era strano" ha dichiarato Savi.
Ombre e coperture -
Savi torna a parlare di un possibile "terzo livello", già ampiamente ipotizzato precedentemente. "Ci sentivamo abbastanza sicuri, ma non del tutto". Un riferimento a presunte e mai confermate coperture esterne che avrebbero protetto la banda. Tra gli episodi più gravi e più sanguinosi, la rapina del 2 maggio 1991 in via Volturno a Bologna, finita con un duplice omicidio. In quell'occasione l'obiettivo era un'armeria per poter rubare delle pistole. Una volta entrati nel negozio, i due fratelli Savi aprirono il fuoco uccidendo la proprietaria e un ex carabiniere. "Lui (ndr. l'ex carabiniere) stava facendo qualcosa che non andava. Era tutto un insieme di cose intrallazzate, perché poi lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri, dei servizi segreti. C'era un giro di armi, di persone che entravano e andavano da quell'armeria lì". Alla domanda su eventuali ordini ricevuti da servizi deviati, Roberto Savi dichiara: "Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Fra la polizia, l'Arma e la Finanza ci sono degli uffici particolari che hanno un loro apparato. E noi eravamo di quelli che, delle volte, abbiamo fatto quel lavoro lì".
Presenze a Roma -
L'ex agente racconta anche dei frequenti spostamenti nella capitale. "Ero spesso su Roma, tutte le settimane ci passavo due o tre giorni. Andavo giù, dove c'è l'Altare della Patria, dove c'è la fontanellina. Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere, e alla fine ci hanno fatto arrestare".