Il prezzo del cherosene per uso aeronautico è più che raddoppiato in sei settimane: da 100 dollari al barile alla fine di febbraio fino a 200 dollari delle ultime settimane. La causa è sempre la stessa: la chiusura dello Stretto di Hormuz, attraverso cui transitava in tempi normali il 25-30% del jet fuel commercializzato a livello mondiale.
L'Europa è il continente più esposto, perché il 75% delle sue importazioni di carburante aereo arrivava proprio dal Golfo Persico. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha già lanciato l'allarme 2 settimane fa: le riserve europee di jet fuel bastano per circa sei settimane, con il rischio di cancellazioni massive se i rifornimenti non riprendono. La risposta delle compagnie non si è fatta attendere: molte hanno alzato i prezzi dei biglietti e contestualmente decine di migliaia di voli su rotte meno redditizie sono state cancellate da qui ai prossimi mesi.
© Getty
Il momento peggiore non poteva essere peggiore. Le compagnie pianificano rotte e prezzi con mesi di anticipo e per i milioni di italiani ed europei che stanno scegliendo in queste settimane la meta delle vacanze estive, il calcolo è una sentenza: meno voli, meno concorrenza, prezzi più alti. Ma la crisi rivela anche una verità scomoda sulla transizione energetica: mentre tra treni e auto ci si sta progressivamente elettrificando, l'aviazione è un settore ancora quasi interamente dipendente dal cherosene fossile. I carburanti sostenibili per l'aviazione, i Saf, esistono ma coprono meno dell'1% del fabbisogno globale. Finché non si risolve questo nodo, si potrà scegliere una qualsiasi destinazione aeroportuale nel mondo per l'estate, ma al centro della cartina resterà sempre il Medio Oriente.
© Getty