Una storia di accoglienza e ascolto che dura da 40 anni, per le donne che subiscono violenza fisica, psicologica, sessuale o economica. La Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano (Cadmi) festeggia nel 2026 un compleanno speciale: nata nel 1986 all'interno dell'Udi (Unione donne in Italia), è il primo centro antiviolenza del nostro Paese. La sua nascita è legata a "figure di donne femministe degli anni Settanta", spiega Manuela Ulivi, avvocata e presidente di Cadmi. "Dall'esperienza degli anni Settanta del femminismo, della liberazione e della parità tra i sessi, della libertà delle donne di svolgere la loro vita come ritenevano, con le leggi sul divorzio e sull'aborto, era nata la necessità di fare un'attività di informazione. Queste leggi erano in fase di recente applicazione e c'era stata nel 1975 anche la riforma del diritto di famiglia, che decretava la parità fra i coniugi ed eliminava la patria potestà. Quindi negli anni Ottanta eravamo nella fase di far valere questi diritti".
Si pensava che ormai il dominio maschile fosse finito, eppure ancora troppe erano le storie che raccontate dalle donne che mostravano una realtà diversa dalla libertà di vivere come desideravano e dalla conquista dei diritti: "Queste donne raccontavano storie che erano tutt'altro che positive. Mentre il femminismo riteneva che oramai non ci fosse o non avrebbe dovuto più esserci quel dominio maschile sulla vita delle donne, in realtà attraverso questi primi racconti si svelava ancora una realtà dura a essere sradicata. È così che Maria Rosa Lotti e Marisa Guarneri cominciano a ragionare su un progetto di associazione di accoglienza alle donne maltrattate". L'idea era quella di nominare "l'esistenza di questo problema della violenza domestica e di genere e di farne quindi un'iniziativa politica: dobbiamo cambiare questa situazione. È da lì che nasce nel 1986 il progetto, poi nel 1990 viene costituita l'associazione Casa di accoglienza delle donne maltrattate".
Il confronto con l'estero e i primi progetti -
"Io sono arrivata nel 1991 - ricorda la presidente - abbiamo dovuto confrontarci con esperienze straniere, guardando al Canada, agli Stati Uniti, all'Inghilterra e alle esperienze nel mondo anglosassone, che erano pioniere: già dagli anni Settanta, proprio dal momento del movimento femminista, avevano individuato e affrontato questo problema. Noi invece l'avevamo un po' messo sotto il tappeto, in un'Italia familista. Da lì sono nati tanti progetti: 'Uscire dalla violenza si può' è stato il primo, che dava alle donne la possibilità di venire in associazione in anonimato e segretezza, senza essere giudicate per la situazione che vivevano. Perché poi le donne, considerato tutto il periodo di emancipazione, libertà, cambio della vita, che veniva anche accreditato da un cambio di legislazione e da uno sguardo diverso, si vergognavano a dire che stavano in quelle condizioni".
"Noi invece abbiamo aperto un posto dove poter parlare di questo senza giudizio, al di là della vergogna e della paura. Abbiamo fatto un passaggio politico importante, perché lì si è cominciato ad aprire il 'vaso di Pandora': ne sono uscite di ogni. E parlando delle condizioni vissute dalle donne nelle loro relazioni familiari e affettive, abbiamo individuato la violenza fisica, psicologica, economica, che allora neanche si immaginava né si definiva come tale, e la violenza sessuale all'interno del rapporto di coppia. Quindi abbiamo fatto un bel cambio".
Dai diritti all'applicazione concreta -
Tra gli obiettivi principali della storia del centro c'è stato quello di rendere concreti i diritti che erano stati riconosciuti alle donne sulla carta: "Le battaglie erano già state fatte negli anni Settanta, la nostra era quella indicata dalla Libreria delle donne, fondata da Lia Cigarini, maestre del tema "non credere di avere dei diritti", perché bisognava metterli in pratica. Ormai da dieci anni, dalla ratifica della Convenzione di Istanbul in poi, dal punto di vista legislativo il nostro Paese sarebbe assolutamente in linea e adeguato legislativamente, se le norme venissero applicate. La nostra battaglia è diventata molto attiva nei confronti delle istituzioni, in particolare di quelle giudiziarie, perché non sempre viene letto nel modo giusto quello che dice una donna e le conseguenze di quanto ha vissuto: in una parola, abbiamo detto che bisogna credere alle donne".
Un progetto politico -
La Casa di accoglienza delle donne maltrattate non è solo un servizio, ma soprattutto un progetto politico, spiega ancora la presidente: "Noi ci siamo da 40 anni perché siamo un progetto politico, non solo servizio, poi ovviamente c'è anche quello. Grazie a questa visione abbiamo ampliato la nostra attività, tanto che i progetti sono moltiplicati". Tra questi, quelli dedicati alle giovani donne vittime di violenza, abusate magari nell'ambito dei contesti familiari o amicali. O ancora quelli per contrastare la violenza economica, affinché le donne possano "uscire da una situazione di violenza, trovando risorse che diano più possibilità economiche, che dove mancano spesso impediscono scelte libere".
Per fare questo, è stato necessario costruire "una rete di relazioni con tutti i contesti che potevano dare una mano: giustizia, servizi sociali, forze dell'ordine, medicina, aziende, università, altre associazioni sempre tenendo il progetto della donna al centro. Abbiamo creato una metodologia dell'accoglienza che si basa sulla relazione di fiducia con la donna, di affidamento, ma di rispetto profondo di quelle che erano, e sono, le sue volontà". Una ricerca di contatti e collaborazione messa in campo fin dai primissimi anni di vita del centro: "Era un mondo molto aperto, non facevamo le cose al chiuso o in segreto, anzi quando abbiamo aperto la prima casa rifugio, abbiamo chiesto alla Pubblica Amministrazione, al Comune, alla Provincia e alla Regione di dare il loro sostegno economico, perché è una questione sociale di cui non possiamo occuparci solo noi privatamente. Anzi, forse la nostra attività era accolta con più attenzione, riguardando indietro trovo che allora vi era un interesse e buona volontà a impegnarsi dell'istituzione più di quanto non trovi adesso. Forse perché era proprio una novità e c'era un sorpreso e genuino interesse. Oggi, da parte dell'istituzione c'è una volontà di intervenire, ma imponendo un modo di operare che finisce per incasellare il percorso di uscita dalla violenza delle donne, tanto è vero che abbiamo anche denunciato questo modo di intervenire come una violenza istituzionale".
Com'è cambiata la violenza in 40 anni -
In questi decenni di attività, il centro ha osservato diversi cambiamenti nella società, anche se alcuni tratti della violenza sulle donne sono rimasti costanti: "La violenza contro le donne ha sempre le stesse caratteristiche, che sono quelle di non accettare le scelte che le donne vogliono fare per sé stesse e il loro modo di vivere. Quindi una volontà di dominarle, di condizionarle, di averle in sostanza per sé, da parte dell’uomo, e anche oggettivizzarle. Quindi la violenza si esprime sempre allo stesso modo, però oggi anche con forme diverse: l'avvento della tecnologia ha consentito agli uomini di controllare le donne meglio, con strumenti come il Gps in macchina, i telefonini, le videochiamate, o di ricattarle e svilirle tramite il revenge porn. Quindi ci sono queste nuove forme in cui si esprime la violenza, ma il filo comune è quello di oggettivizzare la donna, controllarla e dominarla: lo scopo finale, il minimo comune denominatore di tutte queste modalità diverse di esprimersi è di negare la libertà femminile. E appunto oggi si manifesta in forme diverse attraverso le nuove tecnologie".
La trasformazione delle vittime -
E anche per quanto riguarda le vittime, hanno potuto osservare qualche trasformazione nel tempo: "Rispetto alle donne verifichiamo una positività che sta nel reagire prima alle situazioni di violenza: se ne discute molto e ormai non hanno forse più quella diffidenza nei confronti dei centri antiviolenza. Noi rispettiamo la volontà della donna e non la indirizziamo per forza alla denuncia, tutte le scelte sono condivise e valutate con lei. Ai tempi venivano le donne di 50 anni ed erano incerte, non sapevano se la loro era proprio una storia di violenza. E non volevano, allo stesso tempo, dare questo nome alla loro storia. Oggi invece non è più così, arrivano donne più giovani: certo, vediamo anche la settantenne e l'ottantenne, però pure la ventenne. Vengono donne che vogliono affermare la loro autonomia e sentono che quello che sta loro succedendo non glielo consente, quindi possiamo essere positive verso il futuro, anche se quello che indigna è che ci siano ancora così tanti uomini che agiscono in questo modo".
I numeri della violenza sulle donne -
A proposito invece dei dati del fenomeno, "proprio vedendo tutti i dati dal 1988, quando abbiamo fatto la prima conferenza stampa, notavo che già allora si stimava che una donna su tre avesse subito violenza. Non erano ancora arrivati i dati dell'Istat: la prima ricerca venne fatta da Linda Laura Sabadini nel 2006. Noi nel 1988 già stimavamo questi numeri. I nostri dati sono sempre stati abbastanza costanti: ascoltiamo circa un migliaio di donne all'anno, seguiamo circa 600-700 progetti di uscita dalla violenza e affrontiamo anche l'ospitalità con le case rifugio. Direi che i numeri non sono particolarmente cambiati, sia nelle nostre previsioni, anche dal punto di vista dei dati statistici, sia poi dei dati effettivi. Un tempo a Milano c'eravamo solo noi, adesso ci sono diversi luoghi a cui le donne si possono rivolgere. E se ancora da noi arrivano all'incirca un migliaio di richieste all'anno, dobbiamo moltiplicarlo per tante altre associazioni e realtà nel territorio. In linea di massima, non è che i numeri sono aumentati, ma più persone capiscono che possono avere un punto di riferimento: abbiamo dato a tante donne la possibilità di raccontare la loro esperienza e di uscire da una situazione di condizionamento, paura e da un gravissimo stato di sottomissione e di violenza".
E questa è anche una delle gratificazioni più grandi per la presidente Ulivi: "Le soddisfazioni che proprio ti aprono il cuore sono quando viene una donna e dice: 'Quando lei mi ha detto quella cosa, mi ha cambiato la vita', e quindi si ricordano magari delle frasi o delle cose che gli hai detto di fare, che sono state per loro fondamentali. Queste sono veramente soddisfazioni impagabili, è qualcosa di molto speciale".
Cosa resta da fare per il futuro -
Una storia di soddisfazioni e cambiamenti, quella del Cadmi, ma le sfide oggi non sono finite: "Quello che c'è da fare è prevenzione e formazione. La prevenzione è sicuramente quella culturale, cominciando dalle scuole dell'infanzia, per cercare di parlare delle differenze, della ruolizzazione che ancora adesso c'è: i maschi possono fare delle cose, le femmine no. C'è tutta una serie di portati culturali e ancestrali che sono veramente duri a morire. E la questione del rispetto del corpo dell'altro e dei sentimenti dell’altro è fondamentale. Ed è importante che si cominci a porlo come un elemento di formazione dei giovani. Ma chi lo fa, se gli adulti questo elemento non ce l’hanno presente? Quindi bisogna formarli. Noi continueremo sempre a fare il nostro lavoro con le donne, ma vogliamo andare oltre: non siamo semplicemente un servizio, ma vogliamo essere attrici di cambiamento. E il cambiamento si ha facendo questo, la prevenzione attraverso la formazione e con interventi nelle scuole: non si tratta solo dell’educazione sessuale, è proprio l’educazione al rispetto e alle relazioni".