La difficoltà di avere un posto dove lasciare i propri figli, specialmente quelli più piccoli, è forse uno degli ostacoli principali alla piena e reale occupazione femminile. E il nostro Paese lo dimostra appieno. Oggi, infatti, in Italia solo poco più un bambino su tre, tra quelli sotto i tre anni di vita, è inserito in un asilo nido (che sia pubblico, convenzionato o privato).
Non solo: l'allarme rosso riguarda anche il personale, con una stima di ben 25mila educatori che mancheranno all'appello nei prossimi anni. Infatti se gli stipendi degli insegnanti del primo ciclo di istruzione sono bassi ma comunque in linea con il Pil medio pro-capite, in questa fascia del sistema educativo si scende sotto questa media, soprattutto per quanto riguarda gli operatori privati.
E ad aggravare ulteriormente la situazione c’è pure il dato sull'equità nell’accesso ai servizi per l’infanzia: in vent'anni, il divario di opportunità tra le famiglie ricche e quelle povere è raddoppiato, toccando uno scarto di 19 punti percentuali.
Numeri che, come evidenzia un imponente rapporto elaborato da Fondazione Agnelli - approfondito nei suoi passaggi salienti dal portale Skuola.net - certificano come i servizi per la popolazione 0-3 anni, dalle nostre parti, si stiano trasformando da diritto a privilegio. Un cortocircuito che trattiene i genitori a casa, madri in primis, allontanandoli dal mercato del lavoro proprio quando ne avrebbero più bisogno.
Il ritardo italiano e l’illusione demografica
Eppure l'Unione Europea ha fissato un obiettivo chiaro per il 2030: garantire l'accesso ai servizi per l'infanzia ad almeno il 45% dei bambini sotto i tre anni. Peccato che, come accennato, l'Italia sia lontanissima dal suo raggiungimento, ferma a quel 35,5% di “inserimenti” misurato dai dati EU-SILC.
Ancora più impietoso è il confronto con le nazioni europee con cui solitamente ci confrontiamo per ragioni di vicinanza territoriale e demografica. La Francia, per esempio, sfiora il 60% di bimbi che frequentano un nido, la Spagna è attorno al 55%.
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I più recenti dati ISTAT, relativi all'anno educativo 2023-24, confermano l'esiguità dell'offerta effettiva, con appena 31,6 posti offerti ogni 100 bambini. E se negli ultimi anni non ci fossero stati discreti nuovi investimenti nel settore e, soprattutto (purtroppo), un drammatico inverno demografico - con un calo della popolazione sotto i tre anni stimato, tra il 2021 e il 2027, all'8,5% - la situazione sarebbe stata anche peggiore.
Molte aspettative sono oggi riposte nei fondi del PNRR, che dovrebbero portare il Paese a circa 38,5 posti ogni 100 bambini entro il 2027, riducendo i forti divari tra il Nord e il Sud. Ma sarebbe comunque un pannetto caldo, che certamente non risolverebbe il problema.
Inoltre, questo intervento massiccio rischia lo stesso di escludere ampie aree del territorio: i Comuni più piccoli (quelli sotto i mille abitanti) a causa di una scarsa capacità progettuale originaria hanno intercettato appena il 2,5% dei fondi PNRR per i nidi.
Il nodo dell'equità: l'effetto "San Matteo" e i criteri escludenti
Aumentare i posti, peraltro, non significa automaticamente garantirli a chi ne ha più bisogno. Il nostro sistema educativo, al di fuori della scuola dell’obbligo, soffre infatti anche di una forte carenza di equità ed è colpito dal cosiddetto effetto "San Matteo": i servizi vengono utilizzati proporzionalmente di più dalle famiglie di condizione socioeconomica già elevata.
In Italia, per dire, il divario di partecipazione agli asili (in generale) tra i bambini della fascia di reddito più alta e quelli della fascia più bassa non si è ridotto, ma è balzato dal 7,5% del 2005-2006 al 19% del 2023-2024 a favore dei primi.
Perché le famiglie più povere restano fuori? Uno degli ostacoli principali si nasconde nei meandri dei criteri adottati dai Comuni per stilare le graduatorie di accesso alle strutture per l’infanzia, teoricamente l’approdo principale per i nuclei meno abbienti.
Per sopperire alla mancanza di posti, tante amministrazioni orientano l'ammissione quasi esclusivamente verso la "conciliazione lavoro-famiglia", a discapito dell'inclusione sociale: quasi la metà dei Comuni (48,5%) assegna oggi il punteggio massimo alle famiglie in cui entrambi i genitori sono occupati a tempo pieno. Al reddito familiare (ISEE) è invece attribuito un peso marginale: solo il 5% delle amministrazioni assegna punteggi massimi per svantaggio economico.
In questo modo, chi ha un lavoro precario, le madri disoccupate (che avrebbero bisogno di tempo per cercare impiego) e i nuclei monoreddito vengono sistematicamente tagliati fuori dall'accesso.
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L'ostacolo dei costi anticipati e la barriera culturale
E per chi ha bambini molto piccoli, la situazione si fa ancora più critica. A differenza della scuola dell'infanzia - rivolta ai bimbi dai 3 ai 6 anni, quasi del tutto gratuita - l'asilo nido impone rette pesanti.
Negli ultimi anni lo Stato ha cercato di sostenere le famiglie tramite il "Bonus Asilo Nido", una misura che eroga dai 1.500 ai 3mila euro annui (fino a 3.600 in casi specifici) in base all'ISEE.
Ma, sebbene rappresenti un notevole aiuto economico - nel 2023 ha raggiunto 480mila bambini, rimborsando in media il 62% delle rette - questo strumento funziona "a rimborso".
Ciò significa che le famiglie devono prima anticipare la spesa della retta di tasca propria, mese per mese, e solo dopo ottengono il denaro indietro. Diventando un muro spesso invalicabile per chi è in una condizione di fragilità economica.
A queste barriere materiali si aggiunge, poi, un freno culturale duro a morire: ben il 53% della popolazione italiana (contro appena il 20% in Inghilterra) si dichiara d'accordo con l'affermazione che "un bambino in età prescolare soffre quando la madre lavora". Un retaggio che colpevolizza la donna e disincentiva ulteriormente la sua permanenza nel mondo del lavoro.
L'emergenza: asili senza maestre
Nemmeno costruire dei nuovi asili, però, potrebbe risolvere granché se al loro interno mancheranno gli educatori. I fondi PNRR dovrebbero dotare il Paese di oltre 150mila posti in più già da quest’anno. Parallelamente, però, l’Italia - nonostante la sua grande tradizione pedagogica - sta andando verso un allarme rosso sul reclutamento del personale.
Il lavoro educativo nei nidi pare aver perso in attrattività: le retribuzioni sono modeste e permane una spaccatura profondissima tra il settore pubblico e quello privato o cooperativo, dove la differenza in busta paga all'ingresso per le stesse mansioni può arrivare a toccare gli 800-mille euro lordi mensili.
Se, dunque, da un lato lo Stato richiede una laurea per essere maestro anche di asilo nido, elevando (teoricamente) la qualità del personale, dall'altro gli stipendi e le prospettive di carriera non compensano l'investimento nello studio.
Così la frittata è fatta: il CNEL stima che nei prossimi anni serviranno ulteriori 25mila nuovi educatori, una richiesta che le università italiane - con i loro scarsi 8mila laureati annui in Scienze dell'Educazione - non riescono attualmente a coprire.
Rischiamo, perciò, di cadere nel paradosso: completare i nuovi asili con i fondi europei, ma non poterli aprire per mancanza di personale.