CONDANNATA A 24 ANNI

Chiara Petrolini, la consulente della difesa: "Una gravidanza mai percepita"

Secondo l'esperta, la giovane di Traversetolo soffriva di un disturbo che le impediva di rendersi conto del suo stato. Per il primo parte la negazione sarebbe stata totale, nella seconda c'era una consapevolezza intermittente

© Ansa

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"Si tratta di un caso di gravidanza non percepita: la donna non ha consapevolezza e il corpo non manda i segnali classici". È su questa definizione che la psicoterapeuta Alessandra Bramante fonda la sua lettura del caso di Chiara Petrolini, la 22enne condannata a 24 anni e tre mesi di carcere per l'omicidio del secondo bimbo partorito in casa. Al Corriere della Sera, Bramante sostiene che la giovane non fosse nella condizione di comprendere fino in fondo ciò che stava vivendo.

La consulente, incaricata dalla difesa, descrive una situazione psicologica complessa, riconducibile alla cosiddetta negazione inconscia della gravidanza. Un disturbo che, nella sua interpretazione, spiegherebbe un elemento centrale della vicenda: due gestazioni arrivate al termine senza che nessuno, né in famiglia né tra le persone più vicine, si accorgesse di nulla.

Le fotografie scattate poco prima del parto, in cui la ragazza appare senza un ventre gonfio, evidente vengono indicate come un riscontro visivo della tesi difensiva. Secondo Bramante, in questi casi il feto può disporsi in modo tale da non alterare significativamente la silhouette, rendendo la gravidanza di fatto invisibile anche alla stessa madre.

La prima gravidanza, risalente al maggio 2023, viene descritta come una negazione totale: Chiara avrebbe realizzato quanto accaduto solo al momento del parto. La seconda, invece, sarebbe stata caratterizzata da una consapevolezza intermittente, subito rimossa anche in assenza di segnali fisici evidenti o di riscontri esterni.

Nel racconto della consulente, la piena coscienza sarebbe arrivata soltanto durante il travaglio. Una fase in cui, pur in uno stato definito confuso e alterato, la giovane avrebbe compiuto scelte giudicate irrazionali, come non recarsi in ospedale. Resta centrale, nella versione della difesa, l'assenza di una volontà omicida: il neonato, secondo quanto riferito, sarebbe nato vivo.

Ma questa ricostruzione è stata respinta dalla Corte d'assise di Parma. I giudici hanno accolto le conclusioni dei periti nominati dalla Procura, escludendo qualsiasi patologia psichiatrica e attribuendo alla ragazza una piena capacità di intendere e di volere. A pesare, nella decisione, anche alcuni elementi considerati incompatibili con la tesi della negazione, come le ricerche effettuate online su aborto e modalità per ritardare il parto. Da qui la qualificazione del reato come omicidio premeditato.

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