L'intervista

Tragedia di Catanzaro, la psicologa perinatale: "Certi pensieri neri sfiorano la mente di più mamme di quante pensiamo"

Alessandra Bortolotti elenca a Tgcom24 cosa famiglia e istituzioni possono fare per aiutare le donne

di Giorgia Argiolas
© Ansa

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La tragedia accaduta a Catanzaro, dove una madre si è gettata con i suoi tre figli dal terrazzo al terzo piano dell'appartamento in cui viveva - lei e due dei bimbi, di 4 anni e 4 mesi sono morti, mentre l’altra bimba di 6 anni è in condizioni critiche, anche se stabilizzate - ha suscitato nell'opinione pubblica sgomento, tristezza ma anche riflessione. La donna, infatti, secondo quanto ricostruito, aveva manifestato già in passato un disagio di natura psichiatrica, aggravato nell'ultimo periodo da una depressione post partum dopo la nascita, a dicembre, dell'ultimo figlio. Condizione, quest'ultima, che spesso viene nascosta, come fosse una vergogna. La tragedia in questione porta dunque a chiedersi cosa può fare di più la cerchia intorno alla donna e, in generale, la società per non lasciarla sola e per portarla a chiedere aiuto quando necessario, senza giudizio. Tgcom24 ne ha parlato con la psicologa perinatale e autrice di diversi libri in materia Alessandra Bortolotti.

Come si arriva a un gesto del genere? Come lo spiega?

Si spiega in mille modi. Ho letto che la donna non ha chiesto aiuto perché aveva paura che le venissero tolti i figli. Potrebbe essere un alibi, una giustificazione, una cosa falsa, ma penso che il caso eclatante della famiglia nel bosco di Palmoli abbia creato un pregiudizio su quello che può essere l'aiuto. La paura che vengano tolti i figli è talmente forte che è un fallimento di tutti. Dobbiamo ripartire da questa donna e da tutte le altre per renderci conto che così non va, la depressione post partum esiste ed esisterà sempre, vogliamo dare un aiuto reale? Vogliamo fornire un supporto sospendendo il giudizio e conoscendo veramente la psicologia perinatale? 

Quali sono i segnali che si possono cogliere?   

Dipende da chi li coglie. Non è un caso che gesti del genere avvengano di notte. La donna si vergogna, si sente in colpa e l'unica via di salvezza che vede per i suoi figli è portarli via con sé perché altrimenti sarebbero "disgraziati" a vivere dopo che la loro mamma si è suicidata. Bisognerebbe entrare in una logica che non è una logica canonica. E invece sto leggendo dei giudizi allucinanti...  

Cosa dice a chi li scrive? 

© sito ufficiale

Alessandra Bortolotti

Chi scrive questi commenti non ha la minima idea di che cosa sia la depressione post partum. E se per caso l'ha affrontata in maniera diversa è comunque necessario avere rispetto per la malattia. Se una donna avesse avuto un cancro, anche in fase terminale, e avesse fatto la stessa cosa, non ci sarebbero stati questi commenti, secondo me. Forse sarebbero stati diversi perché sulla malattia mentale c'è ancora uno stigma enorme. Se arrivi a fare una cosa del genere, sei profondamente disperata e l'unica via d'uscita che vedi è il balcone, con o senza i tuoi figli. Una mamma oggi mi ha detto: "Quando prendi fuoco ti butti dalla finestra". Ha ragione. Pensiamo alle Torri Gemelle. In quel momento è l'unica salvezza che le donne vedono, è un istinto. Pensano di non avere le risorse, e quindi se non hai le risorse, pensi che i tuoi figli saranno "disgraziati" in ogni caso. Inoltre, certe cose non le dici perché ti fanno una tale paura che ti annientano. Il pensiero di dire "Prima o poi faccio una pazzia" lo hanno quasi tutte le mamme. Sdoganiamo questo concetto perché è proprio lo stigma che fa sì che poi le donne non chiedano aiuto. 

Invece in lei che emozione suscitano notizie del genere? 

Rabbia. Fa rabbia non aver potuto fare niente per salvare la donna e i figli. Inoltre, chi ha una mente aperta e conosce un minimo la materia, non può che percepire un senso di fallimento. C'è ancora tantissimo da fare. 

Secondo lei come mai nessuno si era accorto fino in fondo del disagio della donna?  

O è stato sottovalutato oppure certi pensieri non si confidano, perché se si confidano non si fanno. 

Cosa possono fare familiari e amici per aiutare la mamma in casi simili?    

Chiedere aiuto e chiedere aiuto alle persone giuste.  

E le istituzioni?   

Ascoltare e, probabilmente, non attenersi solo a norme e protocolli, ma cercare di calarsi di più nella persona che hanno davanti. Creare situazioni in cui le mamme si sentano a loro agio a rivolgersi, anche situazioni banali, come il tè con altre mamme in cui però c'è un facilitatore o una facilitatrice formato/a, che possa magari offrire di più nel caso in cui ci sia bisogno o che la donna o la famiglia lo chiedano. 

Come possiamo distinguere i problemi psichici generali da quelli legati esclusivamente alla maternità? 

Ci vuole una professionalità. Non l'autodiagnosi, quella del marito o dei familiari. La donna deve poter chiedere aiuto. Deve poter trovare un gruppo dove magari condividere la propria maternità. Nelle grandi città arrivare anche solo a un corso post-parto non è mica così facile. Quindi, è necessario trovare delle situazioni ad hoc. Io conosco delle associazioni meravigliose in Italia, ma c'è una grande disparità territoriale. Mi dispiace dirlo, ma in alcune regioni più di altre ci sono regole non scritte di omertà e di vergogna che rendono difficile uscire dal proprio "guscio" e chiedere aiuto. È, dunque, necessaria una riflessione anche su questo.

In generale, cosa si può migliorare nella società odierna per aiutare e agevolare le mamme? 

È necessario un vero ascolto profondo dei bisogni della mamma, sospendendo il giudizio. Portiamole una teglia di lasagne, diciamole "Fatti una doccia, vengo a casa tua un quarto d'ora". Non dobbiamo lasciarle sole, ma alcune vogliono essere lasciate sole. Noi offriamoci lo stesso, diciamo: "Vuoi che vada io alla posta oggi?" oppure "Vuoi andare a fare una piega? Ti porto il bambino dal parrucchiere e lo guardo io". Sembrano azioni banali, ma non lo sono. Quando nasce un figlio cambia tutto nella coppia, nella famiglia, nella mente della donna, nella mente dell'uomo, del bambino. Quello che dobbiamo fare è dare delle informazioni che scardinino i pregiudizi culturali che ci sono anche a livello professionale e che sono tantissimi. Ad esempio, dobbiamo dire che la maggior parte dei bambini non dorme tutta la notte fino ai tre anni. 

Perché non si deve avere paura di chiedere aiuto?  

Chiedere aiuto è un diritto. Il problema è se questo diritto fa paura perché evidentemente non ci si sente rappresentati dall'aiuto che ci viene dato e perché si pensa che la propria situazione venga prima giudicata.

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