Il decreto sicurezza va avanti alla Camera, il governo pone la fiducia e si attende il varo definitivo entro venerdì. Intanto, la norma sugli incentivi per i rimpatri si corregge, ma non viene eliminata, annuncia Giorgia Meloni. Dopo il caos alla Camera sull'emendamento per venire incontro agli appunti del Colle, sfumato in extremis, la premier indica la strada che intende seguire l'esecutivo: un decreto ad hoc da approvare in Cdm che raccolga i rilievi del Quirinale e degli avvocati. La presidente del Consiglio rigetta comunque al mittente le critiche e anzi rivendica il "buon senso" della misura e annuncia che "i rilievi tecnici", arrivati da Quirinale e avvocati, sarebbero stati risolti con un altro provvedimento. "Io non lo considero un pasticcio" e "la norma rimane perché è di buon senso e francamente mi stupisce quello che ho sentito dire dalle opposizioni in questi giorni". Mentre il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, intervenendo in aula, ha detto che i rimpatri non li ha inventati il centrodestra e che il governo "andrà avanti con determinazione".
La risposta delle opposizioni -
Ma quale "buon senso", la replica del presidente M5S Giuseppe Conte che, nel pomeriggio, ha invitato la premier a fermarsi. Prima hanno cercato di "asservire" i magistrati, ora "vogliono asservire gli avvocati" alle direttive del governo, è il ragionamento di Conte. Il "referendum - sentenzia - non gli ha insegnato nulla" e stanno "creando un grave cortocircuito istituzionale", ha concluso entrando in aula. Chiamato in causa, il presidente della Camera Lorenzo Fontana, ha difeso l'iter "corretto" perché, ha assicurato, ci sono "precedenti".
"Un punto di non ritorno" -
La dem Deborah Serracchiani, sfogliando il dossier sulle coperture del decreto, ha evidenziato come la norma "incriminata" avesse "il parere negativo del ministro Nordio e del ministro Giorgetti, perché carente di copertura finanziaria". Mentre il M5S ha chiesto la sospensione dei lavori fin quando la commissione Bilancio non si fosse espressa. Roberto Giachetti (Iv) ha denunciato lo strappo sulle "prerogative dei parlamentari". Le opposizioni sono uscite imbufalite parlando di "un salto mortale, peggio la toppa del buco", criticando la "mancanza di rispetto per il Parlamento" e "lo scontro con il Colle", un "grande pasticcio", un "punto di non ritorno".
© Withub
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"Un cortocircuito" -
Il "dibattito parlamentare è stato compresso prima al Senato e ora alla Camera. Il risultato? Una fibrillazione istituzionale senza precedenti, con uno scontro aperto tra governo e Quirinale. Siamo al paradosso" della "Camera chiamata a votare una norma incostituzionale, per poi correggerla dopo con un nuovo decreto. È una forzatura mai vista", attacca la segretaria del Pd Elly Schlein. Mentre il suo partito solleva in commissione bilancio il tema delle coperture complessive del provvedimento, definite "incerte". Per il leader del M5s Giuseppe Conte la maggioranza ha "creato un cortocircuito istituzionale. Stanno creando un grave vulnus". Intanto, il vicepremier leghista Matteo Salvini commenta così i rilievi del Colle sulla norma sui rimpatri: "Non mi stupisco più di nulla". Frasi subito condannate dal leader di Avs Angelo Bonelli: "Parole molto gravi che certificano" come "questo governo" abbia "aperto un conflitto diretto con il Presidente della Repubblica ed è ormai refrattario al rispetto della Costituzione".
Nessuna indiscrezione dal Colle -
La presidenza della Repubblica parlerà con gli atti, valuterà leggendo le carte, si racconta in ambienti parlamentari lasciando intendere che il Capo dello Stato avrebbe voluto la cancellazione della misura e potrebbe chiedere di leggere il testo del provvedimento correttivo anche prima del suo varo. Argomenti sui quali le bocche rimangono cucite al Quirinale. Nessuna indiscrezione filtra dal Colle al riguardo.
Il provvedimento correttivo -
Intanto, emergono i primi dettagli del provvedimento correttivo, che potrebbe essere approvato in Consiglio dei ministri entro venerdì, in concomitanza con la conversione in legge del decreto sicurezza: allargherà la platea dei destinatari del contributo che verrà elargito non solo agli avvocati ma anche ai mediatori e alle associazioni. E anche se la pratica di rimpatrio volontario non va a buon fine. Questo ovviamente farà crescere l'entità delle coperture necessarie. Un dettaglio non indifferente che, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe influenzato anche la scelta finale di non procedere con un emendamento, più immediato, al decreto sicurezza.
Ma la sottosegretaria ai Rapporti col Parlamento, Matilde Siracusano, non ha dubbi: l'emendamento è saltato perché "sarebbe stato estremamente complesso arrivare a un accordo" con le opposizioni per il via libera finale al Senato. Si sarebbe trattato di una terza lettura, sabato 25 aprile (data di "scadenza" del decreto). Con il rischio di far evaporare tutto il provvedimento, contestato punto per punto dal centrosinistra.
Il dibattito politico -
La situazione caotica che si era creata in commissione, dove fino alle 22.30 di lunedì era atteso l'emendamento correttivo, poi abortito, inevitabilmente si è scaricata nel successivo, duro, dibattito politico. La responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, tira in ballo Ignazio La Russa accreditando una ricostruzione secondo cui il no all'emendamento sarebbe stato dettato "dalla risposta del presidente del Senato, che avrebbe riferito al governo di non essere in grado di far rientrare i senatori di maggioranza per approvare il provvedimento in terza lettura". "Si informi meglio la prossima volta o espliciti le sue sballate fonti", ribatte Emiliano Arrigo, portavoce di La Russa. Frasi, avvalorate da La Russa che, a loro volta, innescano una polemica con il Partito Democratico.
Battaglia in aula -
Le opposizioni danno battaglia in Aula a Montecitorio, chiedendo sin dal mattino chiarezza sulle mosse del governo ed esortandolo ad andare in Parlamento a spiegare come intendesse "adempiere agli impegni che Mantovano si è assunto con Mattarella, come evitare l'ulteriore mortificazione del Parlamento?" (la capogruppo dem Chiara Braga). Dopo una lunga sequela di interventi critici, i deputati di centrosinistra decidono di "occupare" i banchi del governo nell'emiciclo di Montecitorio, circostanza che ha portato alla sospensione della seduta e alla convocazione della conferenza dei capigruppo.