vale 26,7 miliardi

Dalla Brianza alla Turchia: come il mobile made in Italy ha conquistato l'Europa (senza temere dazi e guerre)

Secondo l'analisi di Intesa Sanpaolo, il settore cresce dello 0,5% mentre Germania e Francia arretrano. Turchia impazzita per l'arredo italiano: export verso Ankara +43,5%

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Mentre l'Europa e il resto del mondo fanno i conti con consumi in calo e mercati preoccupati dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, l'industria del mobile italiana non solo regge, ma allunga il passo. Con 26,7 miliardi di euro di fatturato stimati per il 2025, l'Italia si conferma il primo produttore europeo del settore, lasciando la Germania a guardare, con 21,7 miliardi. È il quadro che emerge dall'analisi "Il mobile e design Made in Italy: sfide e opportunità in un mercato in continua evoluzione", realizzata Research Department di Intesa Sanpaolo.

Un trend differente -

 In un anno in cui Francia ha perso il 4,5% e la Germania il 2,9%, la crescita italiana dello 0,5% assume un valore innanzitutto simbolico: solo la Spagna ha fatto meglio in termini di ritmo di crescita (+4,7%), ma parte da una base incomparabilmente più piccola: 8,6 miliardi di euro di fatturato contro i 26,7 italiani.

Il merito va soprattutto all'export, che ha saputo compensare le difficoltà su alcuni mercati tradizionali aprendo nuove rotte. L'avanzo commerciale complessivo del settore si è attestato a 8,4 miliardi di euro nel 2025, nonostante un lieve calo delle esportazioni totali (-1,2%).

Turchi impazziti per il design italiano -

   Il dato più forte dell'anno riguarda la Turchia: le esportazioni di mobili italiani verso quel mercato sono cresciute del 43,5%, trasformando un mercato emergente in uno dei protagonisti assoluti dell'export tricolore. Un risultato che ha permesso di compensare in buona parte il calo registrato negli Stati Uniti (-8,2%), penalizzati dal cambio sfavorevole e dalle incertezze legate alla guerra commerciale dell'amministrazione Trump.

Bene anche il Canada (+9%), entrato per la prima volta nella top ten delle destinazioni dei mobili italiani. In Europa, crescono le vendite in Germania (+2,2%), Regno Unito (+5%) e Spagna (+1,5%). Deludono invece la Francia (-2,4%) e la Cina (-4,7%), dove la bolla immobiliare scoppiata negli anni scorsi continua a frenare i consumi interni.

I distretti da tenere d'occhio -

 Dietro ai numeri dell'export c'è il sistema dei distretti industriali che da solo genera l'83% dell'avanzo commerciale del settore, pari a 6,9 miliardi di euro. Un peso enorme, che si regge sulla capacità di questi poli produttivi di riorientarsi rapidamente quando un mercato rallenta.

La Brianza rimane protagonista: il distretto ha incassato un -12% negli Stati Uniti, ma ha più che compensato con una crescita del 23% in Turchia. Stesso schema per il polo produttivo di Treviso che ha virato su Canada (+27,5%), Turchia (+35,4%) e Olanda (+14,9%) per assorbire le perdite in Francia e Nord America. Tra i distretti in maggiore crescita spicca Bovolone, con i suoi mobili in stile che segnano un +20,6%, seguita dal Legno Arredo dell'Alto Adige (+10,1%) e dal Mobile imbottito della Murgia (+8,9%).

L'alta gamma, vera protagonista -

 Perché il mobile italiano riesce a tenere mentre altri cedono? Una risposta sta nella fascia di mercato più alta. Secondo i dati elaborati da Intesa Sanpaolo su fonte Baci-Cepii, la quota italiana nei prodotti di alta gamma vale il 9,2% del mercato internazionale contro il 4,1% per la fascia media e bassa. Nel segmento cucine, il primato è ancora più marcato: quasi il 25% del mercato mondiale di fascia alta.

A sostenere questo posizionamento c'è un ecosistema del design che non ha eguali in Europa: le imprese italiane specializzate in design contano oltre 76mila addetti e generano oltre 6 miliardi di euro di fatturato, più della Germania che si ferma a 5,4 miliardi.

Il 2026, tra incertezze e opportunità -

  Lo scenario per il 2026 è condizionato da due variabili geopolitiche pesanti: le tensioni in Medioriente e la guerra commerciale innescata da Trump. Nell'ipotesi centrale di Intesa Sanpaolo, con una normalizzazione graduale dei flussi energetici nella seconda metà dell'anno, il Pil italiano è atteso crescere dello 0,4%, quello dell'Eurozona dello 0,9%.

Per il settore del mobile, il mercato interno dovrebbe registrare un lieve aumento, sostenuto dalla ripresa immobiliare e dal buon momento del turismo di lusso, con nuove aperture alberghiere e rinnovi di interni. L'impatto sui costi energetici sarà indiretto dal momento che il mobile non è un settore energy intensive, ma potrebbe riflettersi sul prezzo di materie prime come metalli, vetro e plastiche, e sui costi di trasporto.

IA, la nuova sfida -

 Sul fronte tecnologico, le imprese del mobile guardano all'intelligenza artificiale come priorità assoluta per gli investimenti del 2026, davanti alla cybersecurity e all'autonomia energetica. Già oggi il 16% delle aziende del settore utilizza almeno una tecnologia di AI, un dato in linea con la media manifatturiera italiana, anche se ancora distante dal 23% tedesco.

Il ricambio generazionale -

Sul fronte della sostenibilità, il 22% delle imprese dichiara un interesse elevato per gli investimenti Esg e il 48% un interesse medio. La spinta arriva soprattutto dalle aziende medio-grandi: tra queste, il 29% mostra forte attenzione agli investimenti ambientali.

 C'è però un tema che rischia di pesare sulla competitività futura del settore: il ricambio generazionale. I dati del censimento Ista indicano che nel 2018 oltre il 70% delle imprese del mobile non aveva ancora effettuato il passaggio generazionale. Un'analisi condotta su 3.231 aziende del settore mostra che solo nel 15,3% dei casi c'è almeno un under 40 nel consiglio di amministrazione, contro il 17,7% della media manifatturiera. E il 13,5% delle imprese ha ancora un board composto interamente da over 65.

La forza lavoro invecchia di pari passo: circa il 70% degli addetti ha tra i 40 e 64 anni, con un aumento di 24 punti rispetto al 2008. Un dato che pone il settore al secondo posto tra le industrie manifatturiere italiane per incidenza di lavoratori maturi, contro una media del 64%. A compensare, almeno in parte, c'è la solidità finanziaria: i margini operativi lordi delle imprese del settore si attestano al 10,3% del fatturato nel 2024, un livello storicamente elevato che, secondo le stime di Intesa Sanpaolo, dovrebbe restare superiore ai livelli pre-Covid anche nel 2026.

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