Il blocco navale con cui gli Stati Uniti hanno iniziato a interdire il traffico marittimo da e per l'Iran non coincide, almeno per ora, con una chiusura totale dello Stretto di Hormuz. L'annuncio politico del presidente Usa Donald Trump parlava di navi che cercano di entrare o uscire dallo Stretto, ma la formulazione operativa dello US Central Command (CentCom) è più circoscritta: il blocco riguarda "tutto il traffico marittimo" in entrata o in uscita dai porti iraniani, sulle coste del Golfo e del Golfo di Oman, mentre il passaggio verso i porti non iraniani resta formalmente consentito.
Traffico "neutrale" e non -
L'obiettivo di Trump è separare il traffico "neutrale" da quello collegato ai terminali iraniani, sottraendo a Teheran la possibilità di esportare normalmente petrolio e prodotti raffinati. Secondo l'agenzia di stampa Reuters, il blocco può togliere dal mercato circa 2 milioni di barili al giorno di greggio e derivati iraniani, ma senza fermare in teoria le navi dirette verso Emirati, Iraq, Kuwait o altri scali del Golfo.
Come funzionano i controlli -
Sul piano pratico, il meccanismo è quello classico di una interdizione navale: unità di superficie Usa, verosimilmente cacciatorpediniere e altre navi da guerra, sorvegliano le rotte d'accesso mentre droni e sensori seguono i movimenti in uscita e in entrata. Una volta individuato un "contatto di interesse", la nave viene chiamata via radio e interrogata su porto di provenienza, destinazione, carico e composizione dell'equipaggio.
Dalla sorveglianza alla coercizione -
A quel punto può essere invitata ad accettare una squadra di abbordaggio. Se coopera, deve rallentare, correggere la rotta e consentire l'ispezione con battelli veloci o, nei casi più delicati, con elicotteri e discesa rapida sul ponte con corde. Se non coopera, si passa dalla sorveglianza alla coercizione: intercettazione, deviazione, sequestro. Questo fatto, tuttavia, richiede un'effettiva capacità operativa, che è difficile e onerosa. Per questo l'agenzia di stampa Reuters, citando esperti ed ex responsabili del Pentagono e della marina Usa, parla di un'impresa militare costosa e potenzialmente di lunga durata.
Tre navi sono passate nelle ultime ore -
La prova che non siamo davanti a una serrata ermetica dell'intero Stretto si è vista già nel primo giorno pieno di applicazione. Tre petroliere legate a circuiti commerciali iraniani hanno attraversato Hormuz senza violare tecnicamente il blocco, perché non erano dirette a porti iraniani: una verso Hamriyah negli Emirati, una verso l'Iraq, una terza con metanolo caricato negli Emirati e rotta verso l'Asia.
Il problema della "shadow fleet" -
Il problema, per Washington, è che il traffico iraniano non passa soltanto per navi facilmente identificabili ma anche attraverso la cosiddetta "shadow fleet", la flotta ombra usata anche da Iran e Russia per aggirare le sanzioni, è fatta di unità con registrazioni opache, cambi di bandiera, proprietà difficili da ricostruire, sistemi di tracciamento spenti o manipolati, rotte falsificate e trasferimenti nave-a-nave che mascherano l'origine reale del carico.
L'esperienza degli Usa -
Gli Stati uniti hanno esperienza di questo tipo di operazioni. Dopo la guerra del Golfo del 1991, la marina Usa abbordò per anni petroliere che cercavano di aggirare il sistema Onu sul petrolio iracheno. La maggioranza di quei controlli era "compliant", cioè con la cooperazione delle navi fermate. Più indietro nel tempo, il precedente classico resta la "quarantena" di Cuba del 1962, che nella sostanza era un blocco navale. Ma Hormuz è molto più complicato: è stretto, trafficato e strategico per un quinto dei flussi mondiali di petrolio e gas.