
Omicidio Rogoredo, Cinturrino si difende in aula: "Mi dispiace per la fine mia e di Mansouri" | "Il martello? Non per picchiare ma per scavare"
L'assistente capo, accusato di oltre 30 reati tra cui l'omicidio del 28enne Mansouri, ha insistito: "Sparato per paura, io poliziotto corretto"

"Sono enormemente dispiaciuto per la fine che ho fatto io e per la fine che ha fatto questo ragazzo". Carmelo Cinturrino è comparso davanti al gip per rendere dichiarazioni spontanee nell'incidente probatorio per cristallizzare alcune testimonianze nell'ambito dell'inchiesta che vede l'assistente capo del commissariato di Mecenate, a Milano, indagato per oltre 30 reati. Tra questi omicidio con l'aggravante della premeditazione di Abderrahim Mansouri, spacciatore ucciso la sera del 26 gennaio nel bosco di Rogoredo. Difendendosi poi dalle accuse che nelle settimane passate gli sono state rivolte, il poliziotto ha ribadito la sua posizione: "Non ho mai usato violenza contro nessuno o sottratto droga e soldi, mai picchiato nessuno". Sullo sparo, fatale per il 28enne, ha insistito attribuendoli a un momento di paura.
La difesa di Cinturrino e la commozione per il padre -
Erano decine i racconti che ritraevano Cinturrino come autore di estorsioni e pestaggi, anche contro persone invalide. Accuse che l'assistente capo ha negato: "Non ho mai fatto uso gratuito della forza". Ha spiegato che il martello che si portava appresso, e che gli era valso i soprannomi "Luca Martello" o Thor, gli serviva "per andare a scavare e per cercare la droga o per evitare di toccare siringhe e garze sporche di sangue".
Riguardo alle presunte rapine di sostanze stupefacenti, da cui poi Cinturrino avrebbe tratto guadagno: "Ho sempre fatto i verbali di sequestro e le denunce per resistenza". Il poliziotto ha allontanato da sé l'immagine di agente violento, ricordando al gip Domenico Santoro di aver ricevuto "encomi e riconoscimenti" per il suo lavoro - per lui una "passione" - e di aver portato più volte "cibo e coperte" a quelle stesse persone che ora gli puntano il dito contro. "Mi sono sempre mosso con l'intento di assicurare i criminali alla giustizia, sono stato un poliziotto corretto", ha sostenuto. "Sono il primo della mia famiglia ad aver indossato l'uniforme". Si sarebbe poi emozionato e commosso raccontando del momento in cui il padre è andato a trovarlo nel carcere di San Vittore.
I racconti dei primi tre testimoni -
Tra venerdì 10 e sabato 11 aprile, in quella stessa aula di tribunale i primi tre testimoni avevano invece fornito una versione ben diversa. Un 29enne senza fissa dimora aveva ricordato di essere stato schiaffeggiato da Cinturrino e malmenato da altri due agenti in Commissariato, dove si era recato per adempiere all'obbligo di firma. Poco dopo sarebbe stato rimesso in libertà, ma con una nuova denuncia per detenzione di sostanze stupefacenti. Venerdì è stato sentito anche il 31enne afgano senza fissa dimora che sarebbe stato presente, anche se nascosto, al momento dello sparo risultato fatale per Mansouri. E avrebbe visto con i suoi occhi il disperato tentativo di Cinturrino di mascherare l'omicidio posizionando una pistola finta e caricata a salve accanto al corpo dello spacciatore per simulare uno scontro a fuoco. E giustificare il suo proiettile come frutto di legittima difesa.