"All the people! So many people"! Era una specie di chiamata nominale dopo un'attesa durata una decina d'anni e non poteva andare diversamente da com'è andata. C'era voglia di rivedere i Blur, c'era la voglia di riprendersi quei vent'anni (o giù di lì) scanditi -anche- dal britpop e dalla rivalità (vera? Costruita? Ma chi se ne frega!) con gli Oasis.
Damon, Graham, Alex e Dave dovevano semplicemente ricercare il tempo perduto, interpretare loro stessi e quello che hanno rappresentato nei dorati 90's. Avevano insomma a disposizione due rigori a porta vuota, e non hanno sbagliato. I due concerti all'Ippodromo e alle Capannelle (non sold out, ma quasi) rimarranno tra le cose migliori di quest'estate.
Concentriamoci sulla sudatissima Milano, dove sotto un sole cocente quelli che volevano occupare le prime file avevano risposto all'appello già nel pomeriggio. I quattro entrano sul palco e la sensazione è che tutto e nulla sia cambiato nello stesso tempo, con Albarn che avrà pur superato abbondantemente i 40 ma ha sempre la stessa faccia da schiaffi.
La partenza poteva essere migliore, "Girls & Boys" è una cartuccia sparata troppo presto, ma dopo "Popscene" arriva un'elettrizzante "There's no Other way" in una versione vitaminizzata, quindi un'ottima "Beetlebum". Altri tre pezzi, si rallenta e si atterra ("Caramel" alla fine sembrerà superflua), quindi definitivo decollo con un filotto super. Con "Coffee & TV" i Blur si ritrovano sul palco un inatteso Mr. Milk di casa nostra, ossia un fan che "indossa" il tetrapack di latte del video della canzone. Il giovane se la sballotta sul palco con Damon che sta al gioco divertito.
"Tender" diventa una liturgia catartica collettiva intonata da centinaia di voci, "To The End" precede una "Country House" che Damon canta aggrappato alle transenne della prima fila, cedendo anche a posare nelle foto con i fans. Su "Parklife", poi, si scorda della sua carta d'identità, galoppa freneticamente sul palco, improvvisa una piroetta da giovinetto ma cade malamente.