Dopo sette anni di lavorazione, "Michael" arriva al cinema il 22 aprile con l'ambizione di essere il biopic definitivo su Michael Jackson. Diretto da Antoine Fuqua, il film ripercorre l'ascesa dell'artista, dagli inizi fino al periodo di massimo splendore, concentrandosi più sulla musica e sulla dimensione umana che sulle controversie e gli scandali sugli abusi sessuali. Il progetto si inserisce nella scia dei grandi biopic musicali dedicati a icone come Elvis Presley, Bruce Springsteen e Bob Dylan, ma con un'attenzione particolare ai retroscena familiari che hanno segnato la vita del Re del Pop.
Jaafar Jackson, il nipote che diventa leggenda -
A interpretare "Michael" è Jaafar Jackson, figlio di Jermaine Jackson. Cantante e ballerino, Jaafar porta sullo schermo non solo la somiglianza fisica ma anche l'eredità artistica della famiglia. La produzione è seguita da Prince Jackson, presente quotidianamente sul set, mentre altri membri della famiglia, tra cui Paris e Janet Jackson, restano fuori dal progetto.
Un racconto senza scandali -
Uno degli aspetti più discussi del film è l'assenza delle accuse di abusi sessuali che hanno segnato la vita dell'artista. La sceneggiatura si ferma prima del 1993, evitando completamente il capitolo più controverso. La scelta non è solo narrativa, ma anche legale: accordi precedenti impediscono di citare alcune vicende e persone coinvolte. Il risultato è un ritratto che punta a ripulire l'immagine pubblica di Jackson, mostrando soprattutto il lato filantropico e il genio musicale. Il finale, infatti, coincide con il trionfo del Bad Tour, simbolo dell'apice della sua carriera.
Ampio spazio è dedicato al rapporto con il padre Joe Jackson, figura centrale e controversa. L'uomo, che si è spezzato la schiena lavorando in un'acciaieria con sogni ambiziosi per la prole e non accettava la carriera solista di Michael. Il film suggerisce il peso delle tensioni familiari nella costruzione e nelle fragilità della star.
L'eredità artistica e il controllo della memoria -
Dietro le quinte, il controllo sull'immagine di Jackson resta rigidissimo. Tra i consulenti figura anche John Branca, storico avvocato dell'artista, interpretato nel film da Miles Teller. L'obiettivo è chiaro: proteggere e rilanciare un’eredità che continua a generare enormi profitti, tra musical, diritti musicali e operazioni commerciali.
Un film senza Paris -
Il paradosso è evidente: mentre il biopic racconta la vita del padre, Paris ne resta completamente esclusa. Dopo aver letto una prima bozza della sceneggiatura e aver segnalato inesattezze, ha scelto di prendere le distanze dal progetto. Anche il fratello Bigi Jackson e altri membri della famiglia non sono coinvolti.
La guerra di Paris: "Mi umiliano con i soldi di mio padre" -
Mentre il film prova a consolidare il mito, nella realtà si consuma una battaglia durissima. Paris Jackson ha avviato un nuovo attacco legale contro John Branca e John McClain, esecutori del patrimonio del padre. Secondo i documenti depositati, Paris accusa i due di usare fondi dell'eredità per colpirla in tribunale e sui media, arrivando a "deriderla e sminuirla".
Il caso del verbo "pavoneggiarsi" -
A inasprire lo scontro è stato un episodio preciso: durante un'udienza, l'avvocato degli esecutori, Jonathan Steinsapir, avrebbe descritto Paris come entrata "pavoneggiandosi". Una parola che i legali della giovane definiscono sessista e offensiva, simbolo, secondo loro, di un atteggiamento più ampio volto a delegittimarla.
Denaro, potere e trasparenza -
Al centro della disputa ci sono cifre enormi. Dopo la morte di Jackson nel 2009, il patrimonio era gravato da oltre 500 milioni di dollari di debiti. Oggi, secondo gli esecutori, è stato trasformato in un impero multimiliardario. Paris, però, chiede trasparenza: vuole accesso ai conti e chiarimenti sulla gestione, inclusi compensi milionari percepiti dagli stessi amministratori.
Due narrazioni opposte -
Da una parte c'è Hollywood, che prova a fissare un’immagine luminosa e controllata di Michael Jackson. Dall'altra c'è una battaglia legale che riapre ferite e mette in discussione proprio quel racconto. Il risultato è un doppio binario: il mito che torna sul grande schermo e la realtà che continua a incrinarlo.