Il tasso di riscaldamento globale è quasi raddoppiato dal 2015 ad oggi e la soglia di 1,5°C, stabilita come limite dell’Accordo di Parigi, continuando di questo passo, verrà superata tra il 2026 e il 2029. Questi sono dati conosciuti ma quali sono i paesi maggiormente responsabili per questa situazione? Un nuovo studio, pubblicato dalla rivista Nature, ha quantificato in termini monetari i danni subiti dalle società per l'innalzamento delle temperature causato dai combustibili fossili.
Gli Stati Uniti guidano questa poco lusinghiera classifica con una cifra stratosferica: dal 1990 al 2020 le loro emissioni di gas serra hanno causato danni economici globali per oltre 10 mila miliardi di dollari. Segue la Cina, responsabile di 9mila miliardi di dollari di danni al PIL globale. Quasi il 25% di questa contrazione del prodotto dei paesi si è verificata all’interno degli Stati Uniti. I Paesi a basso reddito hanno pagato un prezzo altissimo perché le perdite economiche li hanno colpiti in modo sproporzionato.
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La ricerca spiega che saldare i debiti per i danni passati non equivale a saldare i debiti per le emissioni passate. In sintesi, non basta riparare il danno già causato, perché le emissioni di ieri continueranno a erodere l’economia mondiale per i decenni a venire. In tale contesto, la rimozione del carbonio si pone come un’alternativa al pagamento monetario dei danni ma risulta sempre meno efficace nel limitare le conseguenze man mano che aumenta l’intervallo di tempo tra l’emissione e la sua cattura. I paesi di tutto il mondo, quindi, non solo non sono ancora in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione per il 2030 o il 2050 ma hanno debiti pregressi che non verranno mai saldati.