Non bastasse il rendimento altalenante della squadra, a incrinare la serenità dell'ambiente rossonero arrivano anche i primi mugugni. Il centravanti danese Jon Dahl Tomasson, parlando con un tabloid di Copenaghen, ha chiesto esplicitamente più spazio. "Dopo Inzaghi sono il secondo cannoniere del Milan - ha detto al "Berlingske Tidende" - questo vuol dire qualcosa. Merito di giocare di più adesso: lo dice anche l'allenatore".
Indubbiamente i numeri sono dalla parte dell'attaccante visto che è riuscito ad andare a segno in tutte e tre le competizioni in cui i rossoneri sono impegnati - campionato, Coppa Italia, Champions League - realizzando un totale di otto reti. Bottino che potrebbe apparire anche misero se non fosse che il danese ha giocato spesso e volentieri solo scampoli di partita, raccimolando fino ad oggi solo 1237 minuti di presenza, in pratica poco più di 13 partite, tenendo quindi una media di una marcatura ogni 154 minuti. Oltretutto si è trattato spesso di gol pesanti, come quello decisivo contro il Lokomotiv Mosca a San Siro per il match di Champions o quello del 2-3 contro l'Atalanta domenica scorsa che ha contribuito alla rimonta finale.
Ma la polemica di Tomasson si distingue anche per due particolari. Il tono estremamente sommesso e educato, in sintonia con il personaggio, ma soprattutto il fatto che diversamente da altri casi analoghi l'obiettivo delle recriminazioni non è il tecnico, ma la società o meglio la sua politica. Ma anche qui le critiche del giocatore sembrano contrassegnate più dalla consapevolezza del suo ruolo e da un pizzico di rassegnazione che non dalla rabbia. "Da tempo ho acquisito il diritto a una chance - spiega - ma ci sono di mezzo anche altre questioni di politica societaria. Bisogna prendere in considerazione i grossi nomi e gli investimenti della società. E' chiaro che gioco in uno dei ruoli di cui la gente parla di più. Più si va nel sud d'Europa più si tende a concentrare l'attenzione sugli attaccanti".