il conto del flop green

Carbone, ancora tu? | Come la crisi di Hormuz ha resuscitato la fonte energetica che la transizione green doveva archiviare

In Asia il carbone copre ancora il 50% del mix energetico e gli impianti dismessi tornano in funzione. L'Italia sposta l'addio al carbone al 2038. E l'amico di Trump e re del carbone americano sulla crisi sta costruendo una fortuna

© Istockphoto

© Istockphoto

Con il gasolio ampiamente sopra i 2 euro al litro, gli aeroporti che iniziano a restare senza gasolio, e uno scenario generale di austerity che nei prossimi mesi potrebbe cancellare le vacanze estive e svuotare gli scaffali dei supermercati, rimpiangeremo di non avere installato i pannelli solari sul tetto o di avere bollato come antiestetico il parco eolico vicino a casa. La crisi energetica conseguente all'attacco americano e israeliano contro l'Iran ha mostrato ancora una volta, dopo la guerra in Ucraina, che la dipendenza da potenze straniere che controllano gli idrocarburi è un'idea pessima e molto onerosa. Mentre paghiamo un pieno all'auto a peso d'oro, c'è chi sul ritorno in auge del carbone sta costruendo una fortuna.

Una transizione mai davvero decollata -

  La storia della transizione energetica è, almeno in parte, la storia di obiettivi annunciati e rinviati di continuo. Nel dicembre 2023 la Commissione europea aveva già rilevato che i piani nazionali degli stati membri non erano sufficienti a raggiungere gli obiettivi climatici al 2030. Per arrivarci, secondo le stime più recenti, servirebbero circa 660 miliardi di euro all'anno fino al 2030, una cifra che nessun governo ha mai messo davvero sul tavolo con la necessaria convinzione. In un momento in cui sono le spese per la difesa a chiedere investimenti via via crescenti da parte degli Stati.

I progressi ci sono stati, ma non abbastanza veloci. Nel 2024 il 47,3% dell'elettricità europea è stata generata da fonti rinnovabili, con 65,5 Gw di nuova capacità fotovoltaica installata in un anno. Il solare è diventato per la prima volta la principale fonte elettrica dell'Ue nell'estate 2025. Numeri incoraggianti, ma la Commissione stessa riconosce che il ritmo non è sufficiente: per raggiungere il target del 42,5% di rinnovabili nel consumo energetico totale al 2030 servirà un incremento medio di 2,6 punti percentuali all'anno.

In Italia il quadro è ancora più in ritardo. Secondo la Relazione sullo stato della green economy 2025 della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, nel 2024 la produzione di energia elettrica da rinnovabili ha rappresentato il 49% della generazione nazionale. Ma per raggiungere il target del Pniec, il 70% al 2030, la quota di rinnovabili dovrebbe quasi raddoppiare in sei anni. Un'accelerazione che, dati alla mano, non è mai avvenuta con la velocità corretta.

Chi ha investito nelle rinnovabili oggi è più al riparo -

  Il confronto tra i Paesi europei racconta come si sono mossi in modo diverso le diverse capitali: dal 2019 la Spagna ha raddoppiato la sua capacità eolica e solare, aggiungendo oltre 40 gigawatt. Di conseguenza, il prezzo dell'elettricità spagnola è oggi molto meno influenzato dal costo del gas, che è aumentato del 55% il giorno dopo l'inizio della guerra in Iran. Nel Regno Unito il 26 marzo la produzione eolica ha raggiunto un nuovo massimo di 23.880 megawatt, sufficienti ad alimentare 23 milioni di abitazioni. Secondo SolarPower Europe, dal 1° marzo lo sfruttamento dell'energia solare ha fatto risparmiare all'Europa più di cento milioni di euro al giorno.

L'Italia, invece, ha appena posticipato la chiusura definitiva delle sue centrali a carbone fino al 2038, tredici anni dopo la scadenza iniziale prevista per il 2025. Le quattro centrali attualmente in stand-by (Fusina, Brindisi Sud, Torrevaldaliga Nord e La Spezia) potrebbero essere riattivate se i problemi di approvvigionamento dovessero aggravarsi. Una scelta dettata dalla necessità, certo, ma che sconta la timidezza nell'abbracciare le nuove energie pulite.

Il grande ritorno del carbone in Asia -

 La crisi di Hormuz sta costringendo i Paesi di tutto il mondo a correre ai ripari, ma è in Asia che l'effetto è più immediato e strutturale. Come riporta l'Ispi, il carbone costituisce ancora circa il 50% del mix energetico del continente, complice anche il prezzo, che torna competitivo ogni volta che sale quello del gas. Con le forniture di gas naturale liquefatto bloccate dietro lo Stretto, gli impianti a carbone dismessi si riaccendono uno dopo l'altro e alcuni Paesi limitano le esportazioni per favorire il consumo interno.

Giappone, Corea, Taiwan e India stanno cercando di sostituire il gas mancante con carbone termico. Il Giappone sta allentando le restrizioni sulla generazione a carbone, Taiwan è pronta a riavviare la centrale di Hsinta, la Corea ha eliminato i limiti antinquinamento, l'India ha ordinato alle centrali di accelerare la manutenzione per essere operative quando il gas finirà. Persino l'Europa sta valutando di rimettere in funzione impianti dismessi.

Il rischio, avverte l'Ispi, non è solo economico. La chiusura dello Stretto di Hormuz, oltre che stressare i prezzi, rischia di avere un impatto ambientale duraturo, rallentando ulteriormente la già faticosa transizione verso fonti meno inquinanti. Con immediati effetti sulle quotazioni: il carbone è salito del 20% nell'ultimo mese, raggiungendo i 150 dollari a tonnellata per il grado di riferimento australiano Newcastle. Come spiegato a "Forbes" da Tony Knutson di Wood Mackenzie, se il conflitto continuasse oltre maggio il prezzo potrebbe arrivare a 200 dollari a tonnellata, e sembrerebbe comunque economico rispetto al gas naturale liquefatto, i cui prezzi globali sono raddoppiati in un mese.
 

Il re del carbone americano si sfega le mani -

  Negli Stati Uniti è Jim Grech a sfregarsi le mani per l'arrivo di guadagni inattesi: è l'amministratore delegato di Peabody Energy, il più grande produttore di carbone americano. A gennaio 2025 il suo amico Trump lo ha nominato presidente del National Coal Council. In quella veste ha sostenuto il decreto di emergenza energetica nazionale che ha consentito all'amministrazione di aggirare il Congresso per mantenere operative le centrali a carbone. A febbraio ha consegnato a Trump un premio del Washington Coal Club per essere il "Campione indiscusso del bel carbone pulito."

Oggi l'azienda di Grech è una delle più avvantaggiate dalla crisi mediorientale: i clienti in Giappone, Corea e Taiwan stanno supplicando Peabody di spedire carichi aggiuntivi. Secondo le analisi di Texas Capital, i ricavi dell'azienda potrebbero salire a 4,6 miliardi di dollari nel 2026, con un Ebitda che potrebbe più che raddoppiare rispetto ai 455 milioni del 2025. Il titolo ha già messo a segno un +130% nell'ultimo anno, +400% da quando Grech è arrivato alla guida nel 2021. "Il mondo, quando si imbatte in problemi di sicurezza energetica, torna al carbone", ha dichiarato, "non ci sono altre opzioni."

Il paradosso che poteva essere evitato -

La crisi di Hormuz ha prodotto un effetto che in pochi avevano il coraggio di prevedere apertamente: ha reso i combustibili fossili di nuovo strategici e sta facendo guadagnare miliardi a chi ha remato contro la transizione green. Penalizzando chi dipende ancora, massicciamente, da forniture energetiche lontane e vulnerabili.

Il nodo è che la conversione energetica non è mai stata solo una questione ambientale, ma pure di sicurezza nazionale. Ogni anno di ritardo negli investimenti in rinnovabili è stato, in realtà, un anno in più di esposizione a crisi esattamente come questa. Abbiamo fatto presto a dimenticare le difficoltà successive all'invasione dell'Ucraina da parte della Russia.

Ti potrebbe interessare