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"Mai vi fu storia più triste"

La nascita di "Romeo e Giulietta"

La tragica storia d’amore tra Romeo e Giulietta continua ad appassionare ormai da diversi secoli e ad essa si sono ispirate e s’ispirano ancora oggi le varie arti, dalla letteratura alla musica, dal cinema al balletto, con riletture della vicenda anche in chiave moderna. E’ l’amore il vero protagonista della storia, un amore puro, giovane come lo sono i due protagonisti, impossibile da vivere per l’avversità delle rispettive famiglie e per questo fatale.

Colpisce ancora il coraggio e la forza d’animo con cui affrontano la morte per rimaner fedeli al loro sentimento, alle loro idee; è un vero sacrificarsi in nome dell’amore. La vicenda dei due innamorati veronesi è estremamente attuale: tutti dovrebbero infatti trovare in se stessi la forza per essere sempre coerenti con le proprie idee anche quando esse contrastano con le regole imposte dalla società.

Ma il nome di Romeo e Giulietta è strettamente legato a William Shakespeare, il celeberrimo drammaturgo inglese che ne raccontò la storia nell’omonima tragedia, divenuta subito un capolavoro e considerata il testo di riferimento obbligato per chiunque si cimenti in una messa in scena della vicenda. Così, anche per il balletto, il testo di Shakespeare è stato la principale fonte d’ispirazione e di confronto.

La prima stesura del libretto per il balletto “Romeo e Giulietta” risale agli anni ‘30 del secolo scorso ed è frutto della collaborazione tra il noto musicista e compositore russo Prokofiev, il critico shakespeariano Radlov e il coreografo Lavrovsky; essi cercarono di trarre l’essenziale dalla trama della tragedia di Shakespeare per trasferirlo nel balletto, ponendo molta cura nel rispettare i tempi, i luoghi, le azioni, le caratteristiche dei personaggi descritti nel testo.

La fedeltà all’originale non venne rispettata nel finale, nel quale, per volere della committenza, si optò per il lieto fine. Prokofiev giustificò questa scelta affermando che “i vivi possono ballare, i cadaveri no”; ma questo tipo di finale non avrebbe convinto il pubblico e si tornò subito all’epilogo tragico. Nel 1934 era stato infatti commissionato questo balletto a S. Prokofiev dal teatro Bolscioi di Mosca; la vicenda dei due amanti di Verona era già stata musicata 14 volte, senza considerare la “Sinfonia drammatica” di Berlioz e l’“Ouverture” di Ciaikovski; Prokofiev sentì il peso dell’impegno affidatogli: partecipò così alla sceneggiatura insieme al regista S. Radlov e al letterato A. Petrovskij, per dedicarsi poi a comporre la musica. Nacque una partitura splendida, che ebbe subito un notevole successo e che ancora oggi rimane la più utilizzata nella varie versioni del balletto.

Con “Romeo e Giulietta” Prokofiev riprese lo schema classico del balletto tardo romantico in più atti e quadri; l’intento principale del musicista era di evidenziare il carattere dei personaggi, di far vibrare le loro emozioni, di contrapporre la violenza delle fazioni politiche opposte all’amore più puro, di riprodurre le atmosfere della Verona rinascimentale; creò così una musica ballettistica ma psicologicamente profonda, capace di evocare scene d’amore, di duelli, di morte, di tracciare un affresco rinascimentale, di far immaginare a chi ascolta i personaggi senza la necessità di vederli, di esprimere lo sviluppo degli stati d’animo dei protagonisti in tutta la loro complessità umana.

Era una musica fortemente descrittiva, il cui tema principale era l’amore, ma un amore sempre velato di tristezza, quasi consapevole da subito della tragedia che avrebbe causato. Lo stile era caratterizzato da una continua ricerca della semplicità, dal perseguire una linea “lirica” in cui il lirismo non sfociava mai nel sentimentalismo, ma era sempre delicato e velato.

Prokofiev disse in proposito: “Sicuramente alcune persone cercheranno di trovare delle complicazioni e dei significati nascosti e altre cose che io non ho mai avuto l’intenzione di mettervi. Ma per me è molto semplice. Bisognava scrivere della musica che fosse danzabile, di conseguenza bisognava sviluppare i caratteri, in particolare quello di Giulietta”.


La musica di
Prokofiev
sembrava suggerire i gesti, i movimenti, i passi di danza, offrendo al coreografo molti stimoli ed ispirazioni; eppure la messa in scena del balletto non fu facile. Il teatro Bolscioi infatti ritenne il lavoro ineseguibile, accogliendo le proteste dei danzatori che in quel periodo non erano più disposti ad affrontare balletti lunghi e ruoli di grande interpretazione drammatica; fu possibile soltanto ascoltare la musica sotto forma di concerto (da cui vennero tratte due “Suites sinfoniche”) a Mosca e la partitura iniziò subito a circolare all’estero.

Così, fatto sorprendente, la prima realizzazione del balletto si ebbe in Cecoslovacchia, a Brno, il 30 dicembre 1938 con la coreografia di Ivo Vána Psota. Prokofiev intanto rivide la partitura, riprese i contatti con il teatro Kirov di Leningrado e con il coreografo Leonid Lavrovsky e questa volta l’incontro riuscì ottimamente. Ma i rapporti tra il musicista e il coreografo furono burrascosi: ognuno dava priorità e maggiore importanza alla propria arte, la musica per il primo e la danza per il secondo.

Lavrovsky gli chiedeva dei pezzi supplementari per amalgamare meglio le azioni, ma Prokofiev affermava: “Ho scritto esattamente ciò che era necessario, non aggiungerò una nota. La cosa è fatta, è pronta. Se volete metterla in scena, fatelo, se non volete, tanto meglio”. Per non peggiorare ulteriormente le cose il coreografo decise di aggiungere alcuni brani di altri lavori del compositore, ma quest’ultimo reagì male e decise così di cedere componendo nuovi pezzi. Lo spettacolo andò in scena l’11 gennaio del 1940 al teatro Kirov di Leningrado con Galina Ulanova e Konstantin Sergeyev come interpreti principali  e fu un trionfo. Prokofiev, nonostante il successo riscosso, continuò la diatriba con il coreografo: “Non sono d’accordo con le lodi tributate a Lavrovsky, la cui messa in scena è spesso in contraddizione con la musica”.


Lavrovsky diede nella sua coreografia un’importanza primaria alla mimica, facendo derivare la danza da questa; diede molto spazio alla caratterizzazione dei personaggi, mettendo in luce l’animo fiero di Giulietta, la sicurezza di Romeo, la drammaticità e l’ironia dell’amico Mercuzio (sottolineata dal tema musicale che accompagna ogni sua entrata, tutto moto, con grandi spostamenti di accenti e di stile); realizzò grandi scene di insieme e passi a due sprigionanti forti emozioni (si pensi alla scena del balcone o nel finale, tra le tombe); inserì nel dramma il tema della riconciliazione, sviluppato nell’epilogo con i Montecchi e i Capuleti che si prendono per mano, inchinandosi davanti ai corpi dei loro figli (nelle coreografie successive, in particolare in quelle di Ashton, MacMillan e Cranko, questa scena è assente e il balletto si chiude con la morte di Giulietta).

Forse la coreografia di Lavrovsky peccò nell’uso eccessivo della mimica, ma per quei tempi era normale, mentre oggi fa un po’ sorridere e rischia di diventare una caricatura. Il merito del successo riscosso dal balletto spettava anche alla magnifica interpretazione di Galina Ulanova, passata subito alla storia della danza e al messaggio contenuto in questa tragica vicenda; infatti la Russia rivoluzionaria doveva essere particolarmente sensibile alla storia di Romeo e Giulietta, metafora del coraggio delle nuove generazioni, disposte, come i due giovani amanti, ad affrontare la morte in nome dei propri ideali.


Successivamente molti altri coreografi subirono il fascino della triste e gloriosa vicenda di Romeo e Giulietta: Sir Frederick Ashton, John Cranko, Kenneth MacMillan, John Neumeier, Rudolf Nureyev, Yuri Grigorovich, per citarne alcuni, e tutti cercarono ispirazione diretta nel testo di Shakespeare. Le versioni di Cranko e MacMillan sono quelle che hanno riscosso maggior favore da parte del pubblico e sono oggi le più eseguite al mondo, senza nulla togliere alle altre.


Il coreografo sudamericano John Cranko creò la sua versione di “Romeo e Giulietta” nel 1958, su invito della Scala di Milano in tournée a Venezia affidando i ruoli principali alla giovanissima Carla Fracci e a Mario Pistoni; egli alleggerì la struttura un po’ tetra di Lavrovsky, inserendo dei teneri gesti, come quello di Romeo che gioca con i capelli di Giulietta, utilizzò una pantomima britannica e fece modifiche e aggiunte rispetto alla coreografia russa: introdusse ad esempio la figura di Rosalina, corteggiata inizialmente da Romeo, e l’incontro di Romeo e Paride, il promesso sposo di Giulietta, sulla tomba della fanciulla.

Arrivò anche ad un nuovo finale, in cui Romeo non moriva più bevendo il veleno, ma trafiggendosi col pugnale e Giulietta, impugnandolo, morirà cercando di afferrare la mano di Romeo. La versione di Cranko è adatta soprattutto a danzatori-attori, liberi e creativi anche se all’interno dei moduli propri della danza accademica; ciò che caratterizza questa coreografia è anche il forte dinamismo della danza maschile, l’accentuazione dei momenti tragici della vicenda per renderla più vibrante e vicina allo spirito shakespeareano, le spiritose e dettagliate scene di massa; ma il momento più esaltante è rappresentato dal pas de deux della scena del balcone, quel balcone che allude alla distanza che separa i due giovani e che soltanto il volo dell’amore è in grado di annullare. La coreografia di Cranko fu concepita dunque come reazione all’impostazione puramente pantomimica dei russi (che per lui “toglieva slancio e poesia all’intelligenza del ballo ispirato all’immortale vicenda dei due innamorati di Verona”), con l’intento di far prevalere solo la danza, ma ebbe le radici in questa poiché Cranko lavorò sullo stesso libretto e sulla stessa musica di Lavrovsky.


E’ del 1965 invece la prima rappresentazione del “Romeo e Giulietta” del coreografo inglese MacMillan con Margot Fonteyn e Rudolf Nureyev come interpreti principali; la sua versione è incentrata soprattutto sul personaggio di Giulietta, fanciulla e donna allo stesso tempo, e sul tema del Destino (Romeo balla con il corpo inerte di Giulietta prima di spirare, subito dopo lei morente si stende sul letto di marmo e allunga il braccio verso quello dell’amato disteso in terra, gli afferra la mano, cerca invano di tirarlo verso di sé, ma il Destino ha ormai calato la morte su entrambi).

MacMillan è riuscito così, contrariamente a quanto aveva affermato Prokofiev, a far ballare dei cadaveri, realizzando una scena di forte impatto e tragicità. Il coreografo inglese costruisce in modo sorprendente tutte gli episodi di morti, sia di protagonisti (Mercuzio, Tebaldo) sia di semplici veronesi. Memorabile è il pas de deux del secondo atto dei due giovani appena sposi, reso drammaticamente da MacMillan (mentre in Cranko prevale la sensualità), in cui Giulietta sembra quasi già avvertire la triste sorte che incombe su entrambi. Forse è proprio il mondo della danza, più di ogni altro, ad aver fatta propria la storia dei giovani amanti uccisi dall’odio delle loro famiglie, poiché è nel balletto che musica, danza e prosa si fondono per realizzare un “dramma totale”.