Sono le 18.35 di mercoledì 1 aprile in Florida (00.35 di giovedì 2 aprile in Italia) quando il razzo Space Launch System (Sls) lascia il Launch Complex 39B del Kennedy Space Center di Cape Canaveral. Su di esso svetta la capsula Orion con all’interno quattro astronauti, diretti verso la Luna. Il comandante Reid Wiseman, il pilota Victor Glover, la specialista di missione Christina Koch (tutti e tre della Nasa) e Jeremy Hansen (dell'Agenzia spaziale canadese) si spingeranno fino a circa 400mila chilometri dalla Terra con l’obiettivo di raccogliere dati ed effettuare ricerche i cui esiti, se positivi, riporteranno l’uomo sulla Luna entro la fine del 2028.
La missione della Nasa, in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (Esa), non prevede infatti l’allunaggio: si tratta di un “test” che durerà dieci giorni: i quattro astronauti percorreranno più di un milione di chilometri tra andata e ritorno, con il luogo dell’ammaraggio (il rientro a casa) previsto nell’oceano Pacifico, al largo delle coste di San Diego.
Quali sono gli obiettivi del programma? Che tipo verifiche verranno effettuate? In caso di emergenze, quali protocolli verrebbero attivati? Lo abbiamo chiesto a Paolo Nespoli, uno dei più noti astronauti italiani, veterano di tre missioni spaziali con sulle spalle più di 300 giorni trascorsi sulla Stazione spaziale internazionale (Iss).
“Gli impatti di gravità e radiazioni sul corpo non sono ancora del tutto chiari” -
“Nonostante abbiamo avuto decine e decine di astronauti nello spazio, l'impatto dell'assenza della forza di gravità e delle radiazioni non sono ancora completamente chiari. Parte degli obiettivi di questa missione, dunque, sono collezionare ulteriori dati”, spiega Nespoli, sottolineando l’importanza di questo genere di attività in vista di un possibile (o forse probabile) allunaggio nel 2028. “L’obiettivo di Artemis II è testare tutte le attività che servono per fare uscire il vettore dalla sfera di attrazione della Terra, farlo andare attorno alla Luna, farlo rientrare. Bucare l’atmosfera, andare nello spazio e poi rientrare sono cose estremamente complesse: ci sembrano facili perché le facciamo abbastanza frequentemente, ma accelerare a una velocità così forte che ti permette di sfuggire dalla trazione della Terra e poi dover frenare non è facilissimo. Bisogna trovare tutti quei problemi che sono nascosti e riuscire a risolverli”.
Le comunicazioni con la Terra interrotte per 45 minuti -
Uno dei momenti più critici della missione sarà durante il sorvolo: quando la capsula Orion si troverà dietro la Luna, le comunicazioni con la Terra saranno interrotte, con i quattro astronauti completamente isolati per 45 minuti senza poter contattare il controllo missione. “Le attuali tecnologie permettono di controllare più facilmente la navicella da Terra – spiega Nespoli -. Tutto questo salta in un attimo quando sei dietro la Luna: essa ti scherma e ti blocca sia le trasmissioni in entrata che in uscita. In questa fase di 45 minuti mi aspetto che i programmi autonomi della navicella continueranno a funzionare”, chiarisce l’ex astronauta che confida nell’alta preparazione dei suoi quattro colleghi, sottoposti a un intenso e duro addestramento in vista della missione.
“In caso di emergenza, i protocolli sono molto dettagliati” -
“Sull’Iss, in caso di emergenza, gli astronauti hanno delle procedure precise da seguire. Normalmente abbiamo sempre il backup, il controllo, l’assistenza dei centri di controllo, però di fatto noi astronauti a bordo, sappiamo quello che dobbiamo fare. Chiediamo aiuto e soccorso nel caso ci siano delle cose che non sono state previste”, ricorda Nespoli, sottolineando che ci sono medesimi protocolli da seguire anche per la missione Artemis II. “Gli americani sono molto bravi ad analizzare le situazioni e a elaborare quelle che loro chiamano ‘procedure nominali’, ovvero quello che dovrebbe succedere, ma anche andare a guardare tutte le cose che potrebbero succedere, le ‘off nominals’ problematiche e non problematiche. Le prime sono i seri pericoli, quelli che possono mettere a rischio la vita degli astronauti, per esempio un incendio a bordo o una perdita di atmosfera; tra le non problematiche c’è il malfunzionamento di un computer che basta riavviare. La Nasa ha un dettaglio incredibile di tutti questi scenari e comunque gli astronauti sono addestrati ad affrontarle. Inoltre, ogni controllore di volo è responsabile di una o più di queste procedure. Non vedo dunque grosse problematiche”, chiosa Nespoli.
“Le attività spaziali dovrebbero essere fatte non dal singolo ma dall’umanità” -
Non è un mistero: prima della fine del suo mandato, Donald Trump vorrebbe che gli Stati Uniti tornassero sulla Luna, a più di 50 anni da Apollo 17, l’ultima missione sul nostro satellite nel 1972. Dunque il programma “Artemide” assume un significato anche politico, viste le ambizioni della Cina: entro la fine dell’anno, Pechino spera di lanciare una missione robotica per raggiungere il Polo Sud della Luna. “Inizialmente, il programma prevedeva la costruzione di una stazione spaziale lunare, una specie di gemella della stazione in orbita attorno alla Terra. Adesso mi sembra di capire che lo scopo degli americani sia cambiato: vogliono focalizzarsi sul ritorno sulla Luna, il che implica la revisione di tutta una serie di obiettivi precedentemente fissati”, afferma Nespoli.
“Una nazione vuole far vedere la sua capacità tecnologica e quindi queste operazioni vanno viste in tale direzione. Dovremmo però avere la forza, la capacità a livello mondiale di unirci e pensare che le attività spaziali potrebbero e dovrebbero essere fatte a livello di umanità, non più come un singolo. È l’umanità stessa che va nello spazio, utilizza questo ambiente per capire e fare tante cose. In un certo senso noi astronauti ci sentiamo rappresentanti dell'umanità, non rappresentanti della nostra nazione. Dovremmo andare in questa direzione, anche se non è facile”. Al riguardo, cita l’esempio della Stazione spaziale internazionale (Iss). “Sull’Iss lavorano americani, russi, europei, giapponesi, canadesi. È vero, sulla tuta c’è la tua bandiera nazionale e appartieni a un certo gruppo, ma di fatto sei l’emanazione del genere umano. Nel mio caso, il lavoro che stavo facendo lì richiedeva degli sforzi personali, ma lo sentivo come un lavoro importante per il genere umano, non per me, non per la mia agenzia, ma per l’Uomo e devo dire che questo sentimento è comune a tutti gli astronauti”.
“Il contributo di Ue e Italia ad Artemis? Non esserci sarebbe stato penalizzante” -
Il programma Artemis non è soltanto “a stelle e strisce”: al fianco della Nasa, infatti, si sono posizionate sia l’Agenzia spaziale europea (Esa) che l’Italia. Da una parte c’è l’Esa che fornisce l’European Service Module, il cuore propulsivo della capsula Orion (33 motori che spingono l’equipaggio in orbita); dall’altra l’Italia e i suoi moduli abitativi Mph che dovrebbero essere usati per l’allunaggio del 2028. “Difficile dire quanto sia importante il contributo di noi italiani ed europei. Non esserci sarebbe penalizzante, anche se per me è limitante la nostra partecipazione come ‘junior partner’: la nostra voce ha dunque valore limitato. Come detto, bisogna lavorare per fare in modo che la cooperazione sia veramente cooperazione, dove si mettono a fattor comune le competenze, le capacità e quindi si lavora tutti assieme e poi si condividono i risultati. Ci sono ancora tante entità ‘diverse’ e riconosco che non sia facile farle diventare una cosa comune”.