A "Le Iene"

L'italiano che va ai Mondiali, Cannavaro si qualifica con l'Uzbekistan: "Ho accettato perché stanno crescendo molto"

L'ex capitano della nazionale spiega la sua scelta a "Le Iene"

© Da video

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L’Italia da 12 anni resta fuori dai Mondiali. C'è però un italiano che il Mondiale lo giocherà. Si tratta di Fabio Cannavaro: l'ex capitano degli azzurri campioni del mondo a Berlino nel 2006, sta per portare ai Mondiali 2026 la nazionale dell'Uzbekistan. L'inviato de "Le Iene", Nicolò De Devitiis lo ha incontrato per farsi spiegare la sua scelta: "L'Uzbekistan sta crescendo molto, è uno dei motivi per cui ho accettato proprio questo incarico. Stanno investendo molto in talenti".

La scelta di Cannavaro -

  Per l'ex difensore di Juventus e Inter non si tratta soltanto di una scelta economica: "Pure lì avete mentito - spiega il ct -. Sembra sempre che uno faccia una scelta per i soldi: sono andato in Cina per i soldi, sono andato in Croazia per i soldi… Però poi magari salvi l'Udinese, che se ti dico la cifra è ridicola, e fanno di più. Mi rendo conto che l’Uzbekistan è una nazionale di terza fascia, però vedi, alla fine loro hanno voglia di imparare. Che poi non è che puoi stare sempre lì ad aspettare che ti chiamano. Allora io preferisco andare a fare esperienze".

L'obiettivo è tornare in Italia: "Il campionato italiano è sempre il mio obiettivo. Sicuramente allenare la nazionale è un po' diverso". In questi giorni in cui i Mondiali sfumati sono il grande cruccio di noi italiani, il pensiero torna a quando la nostra nazionale era la più forte del mondo: "Eravamo forti - ricorda Cannavaro -. Oggigiorno noi giriamo per stadi e ci riconoscono per quella partita lì. Io lì avevo paura, soprattutto quando poi dopo cinque minuti vai sotto. Però oggi, quando rivedo il rigore di Grosso ho la pelle d'oca: è l'emozione che ti regala il Mondiale. Che è quello che manca adesso alle nostre generazioni". 

Il problema del calcio italiano per Cannavaro -

 Per Cannavaro la crisi azzurra è fisiologica: "Eravamo a un livello altissimo, quindi ci sta che dopo quei livelli ci sia una crisi. Però anche il modo in cui ormai viviamo il calcio conta - dice -. Nei settori giovanili non si insegnano più quelle che prima dovevano essere le basi. Non c'è più uno che fa un controllo orientato. Perché è entrata la cultura di lavorare con la palla e nessuno lavora più a secco. Poi c'è un altro aspetto: oggigiorno le famiglie fanno uno, massimo due figli. Prima avevi più figli che giocavano a calcio e c'era più fame. Ci sono statistiche della FIFA. Il talento viene dalla fame". E ancora: "Le società dovevano iniziare a investire di più sugli stadi - sottolinea -. Non l'abbiamo fatto. Più sui giovani. Non l’abbiamo fatto. Gli allenatori, io mi metto tra questi, pensiamo più alla crescita personale che alla crescita dei giovani". Infine, il sogno per il suo di Mondiale: "Portare una squadra organizzata, che può mettere in difficoltà magari quelle squadre che sono molto più forti di noi".