UN GESTO PREMUROSO

Döstädning, fare ordine prima di morire: perché sempre più persone scelgono di liberarsi del superfluo

Dalla Svezia arriva la pratica che invita a mettere in ordine la propria vita per non lasciare pesi a chi resta. Non è solo organizzazione, ma un gesto di consapevolezza e cura

di Simona Pisoni
© Istockphoto

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Non va considerata una pratica macabra o triste, e nemmeno una moda passeggera. Il döstädning - letteralmente "pulizia della morte" in svedese - arrivato dalla Svezia un po' in sordina, si sta diffondendo sempre più. Reso celebre dal libro The Gentle Art of Swedish Death Cleaning di Margareta Magnusson, è un cambio di prospettiva e allo stesso tempo il gesto più intimo e rivoluzionario che possiamo fare: mettere ordine nella nostra vita prima che qualcuno debba farlo al posto nostro. L'idea è semplice quanto disarmante: passare in rassegna ciò che possediamo, trattenere solo ciò che conta davvero e lasciare andare il resto. Non solo, per noi, ma anche per chi verrà dopo. Per evitare che, alla nostra morte, qualcuno debba immergersi tra montagne di oggetti, carte, ricordi e piccoli misteri domestici.

Il döstädning o death Cleaning parla una lingua universale fatta di cassetti pieni, scatole dimenticate ed eccesso di oggetti che non sappiamo più perché conserviamo. Non è un caso che il termine sia esploso proprio negli ultimi anni, entrando persino tra i neologismi ufficiali dello Swedish Language Council. È il riflesso di una società che accumula senza sosta, dove le case diventano archivi involontari di identità passate. Da sempre "mettere in ordine" prima di morire significava riconciliarsi con le persone, sistemare i rapporti, chiudere i conti emotivi in sospeso. Oggi, invece, viviamo immersi in un eccesso materiale che ci costringe a spostare quel bisogno anche sugli oggetti.

Ma attenzione a confonderlo con il decluttering da manuale Instagram. Qui non si tratta di estetica né di ordine perfetto. Il punto non è avere una casa più bella, ma una vita più leggera e un'eredità da trasmettere meno ingombrante. È un atto profondamente relazionale: ogni oggetto diventa una domanda scomoda. Servirà a qualcuno? Racconterà qualcosa? O sarà solo un peso?

Come si fa ad approcciarsi a questa filosofia e a metterla in atto? -

 Prima di tutto è necessario cambiare prospettiva e, invece di pensare come se si stesse preparando la propria valigia per l'altro mondo, bisogna concentrarsi sull'atto di gentilezza verso i propri cari, liberandoli dalla dolorosa incombenza di dover decidere cosa fare della proprie cose amate o meno amate quando non ci saremo più.

Come approcciarsi al döstädning? -

 Prima di tutto è necessario un cambio di mentalità: non è un gesto segreto né triste, ma un atto consapevole da condividere con chi ci è vicino, anche per capire cosa abbia davvero valore per loro. Si parte in modo pratico, evitando subito gli oggetti più emotivi: meglio iniziare da cantine, armadi e cose d'uso quotidiano, eliminando ciò che non serve più.

Il criterio guida è semplice ma radicale: non chiedersi solo se qualcosa ci piace, ma se sarà un peso per chi resta. Da qui nasce tutto il resto: donare ciò che ha ancora vita, regalare ciò che amiamo e vedere la gioia negli occhi di chi lo riceve, invece, di rimandare tutto a un testamento. Decidere di tenere il minimo indispensabile (meglio se poco e gestibile), conservare i ricordi più intimi in uno spazio limitato e liberarsi, senza sensi di colpa, di ciò che è troppo personale o inutile. 

Una delle opzioni è creare una "scatola dei ricordi" destinata a essere buttata senza essere aperta: un piccolo atto di controllo finale, ma anche di pudore. E poi c'è la dimensione più inaspettata: il döstädning non parla davvero di morte. Parla di come vogliamo vivere adesso, è un esercizio di consapevolezza che costringe a fare i conti con la propria storia, ma anche con il proprio presente.

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