NAPOLI

Vince una causa di lavoro: la camorra le impone il pizzo sul risarcimento

Napoli, Il tribunale le aveva riconosciuto 130mila euro: 80mila sono andati al clan Zagaria

© Ansa

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Il giudice del lavoro le aveva riconosciuto sei anni di arretrati per aver lavorato con una retribuzione inferiore rispetto ai minimi contrattuali, stabilendo per una donna, macellaia in un supermercato, 130mila euro di risarcimento. Peccato che sia poi stata costretta dal clan Zagaria a pagare il pizzo sul rimborso, rimanendo con circa 37mila euro in tasca. È quanto accaduto a Napoli, dove l'indagine della Direzione distrettuale antimafia (Dda) e dei Carabinieri del Ros e del comando provinciale di Caserta ha portato all'arresto di 23 persone (19 in carcere e quattro ai domiciliari), tra cui i fratelli di Michele Zagaria, Carmine e Antonio, e il nipote Filippo Capaldo, nell'ambito di un'indagine sul clan dei Casalesi.

In questo capo di imputazione compare in particolare Carmine Zagaria, che con l'indagato Alfonso Ottimo, titolare di fatto dell'esercizio - il Jolly Market di San Marcellino - avrebbe costretto la dipendente ad accettare 50mila euro invece della somma di 130mila riconosciutale dal Tribunale di Napoli Nord, mentre gli altri 80mila euro sarebbero andati a Zagaria. La donna, secondo quanto hanno ricostruito gli investigatori dell'Arma, si era rivolta al giudice del lavoro per vedersi riconosciuta una giusta retribuzione, avendo percepito tra il 2013 e il 2019 uno stipendio mensile più basso rispetto ai minimi contrattuali. Zagaria, stando alle indagini, avrebbe quindi inviato due suoi uomini, Carmine Iavarone e Carlo Pellegrino (il primo finito in carcere, il secondo ai domiciliari) dall'avvocato della dipendente, Biagio Sagliocco, che avrebbe indotto la donna ad accettare di ricevere solo 50mila euro, di cui 12.500 sarebbero andati a lui come onorario. Anche il legale è stato arrestato e condotto ai domiciliari.

Nel blitz contro i Casalesi, i Carabinieri del Ros hanno eseguito anche il sequestro preventivo dei compendi di due aziende per un valore complessivo di circa 40 milioni di euro. Una delle due aziende, ha spiegato in conferenza stampa il procuratore aggiunto della Dda di Napoli Michele del Prete, "svolge il servizio di raccolta dei rifiuti per numerosi comuni del Casertano". Il comandante provinciale dei Carabinieri di Caserta, colonnello Manuel Scarso, ha sottolineato come "quello dei Casalesi sia un clan ancora attivo e la fazione degli Zagaria ha dimostrato di aver cambiato pelle. Non è più una mafia che uccide, non siamo più nel periodo degli atti terroristici degli anni passati, ma è una mafia con una capacità imprenditoriale altissima. Sono stati sequestrati rami d'azienda per 40 milioni di euro e il riciclaggio avveniva tramite personaggi che si trovavano a Tenerife e a Dubai". Sul territorio casertano, invece, "bisogna ancora essere violenti per imporsi. Abbiamo documentato le minacce con colpi arma da fuoco nei confronti di soggetti affinché avvenisse la vendita di alcuni terreni, o dei dipendenti di un supermercato che avevano vinto una causa civile per una vertenza sul lavoro, che dovevano prendere 120mila euro e gliene sono stati dati 37mila".

Carmine e Antonio erano stati in carcere e poi rimessi in libertà già qualche anno fa: da allora avevano continuato a gestire la cosca fondata dal fratello Michele secondo classiche dinamiche, ovvero facendo estorsioni a commercianti e imprenditori, controllando alcuni settori economici come quello della compravendita delle proprietà terriere. Il clan, grazie ai rapporti con l'ndrangheta, si occupava anche del traffico di droga.

Le attività investigative hanno infatti consentito di documentare l'avvio di un ambizioso progetto criminale tendente al consolidamento di contatti mirati con esponenti della criminalità organizzata calabrese, in particolare della provincia di Reggio Calabria, divenuti nel tempo fornitori abituali di sostanze stupefacenti (soprattutto cocaina), grazie ai quali il clan avrebbe potuto imporsi sul mercato "casalese" strizzando l'occhio alle piazze di Caivano, sotto assedio da parte delle forze dell'ordine.

Nel corso dell'indagine sono state poi arrestate, su provvedimenti delle Autorità Giudiziarie competenti, altre nove persone, a cui si aggiungono altri due colte in flagrante. Sono state sottoposte a sequestro quattro pistole, una mitraglietta "Skorpion", un fucile a canne mozze, circa 600 cartucce di vario calibro, nonché circa 11 kg di sostanza stupefacente di vario tipo. Si tratta, per il momento, di misure cautelari disposte in sede di indagini preliminari. 

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