Il Maggiolino torna a indossare la mimetica: Volkswagen sarebbe in trattative con Rafael Advanced Defence Systems per riconvertire lo stabilimento di Osnabrück alla produzione di componenti per l'Iron Dome, il sistema di difesa aerea che intercetta missili e razzi sopra Israele. Nella partita entrerebbero 2.300 posti di lavoro e una fabbrica altrimenti destinata alla chiusura nel 2027. La notizia rivelata dal "Financial Times" sarebbe una delle risposte messe in campo dall'azienda automobilistica tedesca a una crisi del comparto così grave da aver portato alla scelta mai fatta in quasi un secolo di storia: il licenziamento di migliaia di operai specializzati e la chiusura di alcuni stabilimenti.
L'auto del popolo vestita da guerra -
Già nel 1940 l'auto che l'ingegnere austriaco Ferdinand Porsche aveva progettato su mandato di Hitler come vettura popolare per eccellenza aveva dovuto adeguarsi in fretta ai venti di guerra che spazzavano l'Europa. I 300mila tedeschi che avevano prenotato il Volkswagen Beetle per 4.800 marchi non l'avrebbero mai guidato. Dalle catene di montaggio uscì infatti solo la Kübelwagen, la jeep del Reich. Stessa meccanica del Maggiolino, carrozzeria squadrata, ma tenuta mimetica richiesta dal contesto bellico. Quello che Volkswagen sta valutando oggi potrebbe essere in parte un ritorno a quelle primissime e origini.
Dalla fabbrica in macerie a icona -
In quasi un secolo di storia, il brand tedesco ha regalato però agli automobilisti modelli amatissimi, e ben lontani da quel clima di guerra delle origini. Modelli che hanno sedotto tutti, dagli hippy alla Hollywood dei sogni. Nel 1945 la fabbrica di Wolfsburg era semidistrutta e la guerra aveva azzerato ogni progetto civile. Fu un ufficiale britannico, Ivan Hirst, a rimetterla in moto la catena produttiva quasi per scommessa, convincendo l'esercito di occupazione a ordinare 1.400 Maggiolini per uso militare. Senza quella intuizione, probabilmente non ci sarebbe stato nient'altro.
Negli anni Sessanta fu il Bulli, il Transporter Type 2, a consegnare Volkswagen alla storia culturale oltre che industriale: dipinto di fiori, carico di chitarre, presente a Woodstock come in ogni road trip che si rispettasse, divenne il mezzo di trasporto di una generazione che la guerra non voleva nemmeno sentirla nominare.
Nel 1959 la rivoluzione nella comunicazione: mentre le réclame automobilistiche mostravano bolidi cromati e lucenti, l'agenzia Doyle Dane Bernbach prese il Maggiolino, piccolo e lontano anni luce dai canoni estetici delle auto amate dagli americani, e lo piazzò al centro di una pagina bianca quasi vuota, circondato da niente. Sotto, due parole: "Think Small".
Hollywood, nel frattempo, aveva già adottato quella auto insolita. Nel 1968 Disney gli diede il numero 53 e un'anima, così nacque Herbie, il Maggiolino "tutto matto" protagonista di cinque film, primo caso nella storia del cinema in cui un'automobile rubava la scena agli attori umani.
Poi arrivò la Golf, e Volkswagen cambiò di nuovo pelle. Era il 1974, e il progetto era nelle mani di Giorgetto Giugiaro, il designer piemontese che in quegli anni stava ridisegnando l'idea stessa di automobile europea. Impose linee nette, spigoli decisi, una carrozzeria che sembrava disegnata con il righello: niente di romantico, niente di ridondante, ogni centimetro giustificato da una funzione. Il risultato era esattamente l'opposto del Maggiolino ma subito riconoscibilmente come Volkswagen. Con la versione GTI, sedili tartan, volante sportivo e un motore che non ti aspettavi sotto quel cofano così ordinato, la Golf inventò la categoria della hot hatch e diventò l'auto più venduta d'Europa per decenni, il punto di riferimento di almeno tre generazioni di automobilisti. Le seguirono i modelli Scirocco, Passat, Karmann Ghia: un catalogo che copriva gusti, tasche e immaginari diversi.
A chiudere il cerchio culturale arrivarono gli spot. Negli anni Novanta e Duemila le pubblicità Volkswagen avevano il dono strano di trasformare ogni pausa televisiva in un piccolo evento: rimisero in classifica canzoni dimenticate come "Young at Heart" dei Bluebells, "Da Da Da" dei Trio, e fecero scoprire agli spettatori più giovani Nick Drake, i Stereolab, Badly Drawn Boy.
Gli anni della crisi, tra svolta green e concorrenza asiatica -
Il Dieselgate del 2015 aveva già incrinato l'immagine di precisione e affidabilità costruita in decenni. Ma il colpo più duro è arrivato dopo: la transizione all'elettrico, abbracciata con investimenti miliardari, si è rivelata più lenta e più difficile del previsto. I consumatori europei esitano, i prezzi restano alti, mentre i costruttori cinesi hanno inondato il mercato di vetture elettriche a costi che nessuna fabbrica tedesca, con i suoi contratti sindacali e i suoi standard salariali, può permettersi di offrire. Nel 2024 Volkswagen ha annunciato la chiusura di stabilimenti in Germania per la prima volta nella sua storia e tagli per oltre 35mila posti di lavoro entro il 2030. Lo stabilimento di Zwickau, riconvertito a simbolo della svolta verde, produce oggi meno della metà delle auto elettriche programmate. E così Osnabrück guarda oggi all'Iron Dome e spera che dove non porta più la mobilità civile, porti l'industria militare.