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Altro che "bamboccioni", così la Generazione Z ha spostato gli equilibri sul referendum

Affluenza oltre le attese e voto più compatto tra i giovani: dalla giustizia alle mobilitazioni contro guerre e crisi internazionali, la Gen Z si afferma come nuovo baricentro della partecipazione

di Manuela D'Argenio

C'erano una volta i “bamboccioni”. L’etichetta che per anni ha accompagnato le nuove generazioni oggi appare non solo superata, ma profondamente fuorviante. Il referendum sulla giustizia ne è la prova: la Generazione Z non è spettatrice, ma protagonista attiva della vita democratica. Per anni considerati apatici o politicamente intermittenti, i più giovani hanno invece inciso in modo concreto su una consultazione che, racconta non tanto chi ha vinto, ma chi ha deciso che la partita fosse davvero praticabile.

La chiave politica del voto - I numeri parlano chiaro: l’affluenza finale si è attestata quasi al 60%, con punte già superiori al 46% nella sola prima giornata di voto, un dato insolitamente alto per una tornata referendaria. Un livello che ha ribaltato le previsioni e reso il risultato tutt’altro che scontato. Non è un dettaglio tecnico. È la chiave politica del voto. Perché, come indicavano i sondaggi delle settimane precedenti, proprio la partecipazione era il fattore decisivo. Dentro questo scarto si inserisce il peso della Generazione Z. Non solo per quantità, ma per direzione del voto. Le rilevazioni pre-referendarie mostravano come i segmenti più giovani (in particolare tra i 25 e i 34 anni) fossero i più orientati a esprimersi con decisione, arrivando fino al 67% di consenso verso una delle opzioni. Un orientamento più netto rispetto alle fasce più anziane, tradizionalmente più divise o più inclini all’astensione.

Una svolta culturale. La Generazione Z ha trasformato il referendum in un evento politico “condiviso”, prima ancora che istituzionale. La discussione si è spostata dalle sedi tradizionali ai social, ai forum, alle community digitali, dove i contenuti sono stati tradotti, semplificati, spesso anche polarizzati. Il risultato è stato un salto di accessibilità: una riforma complessa è diventata materia di confronto quotidiano. E così il referendum, da strumento spesso svuotato dal mancato quorum, è tornato ad assomigliare a ciò che dovrebbe essere: una scelta reale.

Dalla flotilla alle guerre: una mobilitazione costante -Sarebbe riduttivo leggere questa mobilitazione come un episodio isolato. Negli ultimi mesi, la stessa Generazione Z è stata protagonista anche su altri fronti, in particolare nelle mobilitazioni contro le guerre e nelle iniziative di solidarietà internazionale, come quelle legate alla cosiddetta “flottilla” umanitaria. Dalle piazze alle campagne digitali, i giovani hanno mostrato una capacità crescente di connettere temi globali e scelte politiche interne, saldando diritti civili, giustizia e politica estera in un unico spazio di partecipazione. Il paradosso è evidente. In un Paese in cui la partecipazione referendaria è storicamente fragile e in calo, proprio i più giovani (i bamboccioni di un tempo) hanno contribuito a invertire la tendenza. Non necessariamente per adesione ideologica, ma per una combinazione di fattori: maggiore sensibilità ai temi della legalità, attenzione alle crisi internazionali, diffidenza verso le istituzioni tradizionali, e soprattutto una diversa modalità di informarsi.

Il ruolo della politica - Se la Generazione Z ha dimostrato di poter spostare l’ago della bilancia, la politica non può più permettersi di considerarla una variabile secondaria. Non si tratta di “parlare ai giovani” con linguaggi adattati, ma di riconoscere che il loro modo di partecipare sta già ridefinendo le regole del gioco. Il rischio, semmai, è opposto: che questo protagonismo resti episodico. Che si accenda solo in presenza di temi percepiti come dirimenti — dalla giustizia ai conflitti internazionali — e si spenga nel quotidiano della politica ordinaria. Ma se così non fosse allora il referendum sulla giustizia potrebbe essere ricordato non tanto per la riforma che ha respinto, quanto per la generazione che ha rimesso in moto la partecipazione democratica.

Il termine “bamboccioni” - Entrato nel lessico pubblico per descrivere una generazione ritenuta immobile e dipendente, oggi suona come una fotografia sbiadita. Se per anni è servito a sintetizzare fragilità economiche e ritardi nell’autonomia, il referendum sulla giustizia restituisce un’immagine diversa: quella di giovani capaci di partecipare, informarsi e incidere. Non è solo una rivincita semantica, ma politica. Perché dietro quella parola si nascondeva l’idea di una generazione marginale, mentre i dati raccontano il contrario: una componente elettorale che, quando si attiva, può diventare decisiva. Più che “bamboccioni”, dunque, protagonisti silenziosi che hanno trovato il modo per farsi sentire.