"Si è arruolato da solo, era un solitario. Chi parla di campi di addestramento dice sciocchezze. Se avesse fatto parte di una rete internazionale, all'arrivo in Turchia gli altri gruppi non lo avrebbero rifiutato". Così la madre di Giuliano Delnevo, l'italiano morto combattendo in Siria, racconta il suo viaggio per riportarlo in Italia. "Ho capito che era in pericolo. Ho provato a salvarlo. Non era un terrorista".
Eva Guerriero, intervistata da La Repubblica, racconta i tentativi di far tornare il figlio in Italia. Nel novembre 2012 spiega di aver preso un volo per la Siria. "Ho fatto lo stesso viaggio, per rintracciarlo per fermarlo e riportarlo a casa. E' andata così. All'improvviso ho capito che era in pericolo e che dovevo salvarlo". "Provavo a passare - spiega -, ma al confine mi rimandavano indietro. Invece quei ragazzi no, quelli li lasciavano entrare in Siria. Carne da macello, mandati a morire con vecchi kalashnikov in pugno".
Un inseguimento durato tre mesi - La donna, che dice di averlo inseguito per tre mesi, ricorda di aver scoperto che il figlio aveva chiesto di entrare a fare parte di alcuni gruppi di combattenti, ma che era stato rifiutato. Fino a quando ottiene un sì. "Mi ha detto che era quello il suo posto. Il suo dovere. Aiutare la gente che soffriva, che veniva sterminata".
"Avrei dovuto fermarlo" - "Per quello che mi ha raccontato, era l'unico italiano tra i ribelli. Chi parla di campi di addestramento dice sciocchezze: in Marocco viveva con la moglie, faceva il pastore. In Inghilterra ci è andato una volta, ha frequentato un centro sufi, mistico e pacifista. E poi terrorista, perché? Forse le Brigate Internazionali che in Spagna hanno combattuto Franco erano terroristi?". Dopo tre mesi la madre di Giuliano è costretta a tornare in Italia per problemi con il passaporto. "Avrei dovuto fermarlo prima. Anche la polizia italiana, che da mesi gli teneva il telefono sotto controllo, doveva fermarlo", si rammarica.