L'allarme è stato lanciato dall'Unione europea, tramite l'Alta rappresentante per la Politica estera Kaja Kallas: "La maggior parte dei fertilizzanti passa attraverso lo Stretto di Hormuz", il cui destino è sempre più al centro della guerra in Iran. "Se non avremo fertilizzanti quest'anno, avremo una carestia l'anno prossimo", destinata a colpire soprattutto "l'Asia, ma anche l'Africa". Il blocco della striscia d'acqua più importante del Golfo Persico avviene in un momento cruciale per gli agricoltori, perché la semina primaverile è in pieno svolgimento e la domanda di fertilizzanti è ovviamente in crescita.
Perché Hormuz è cruciale per le colture -
Secondo i dati, dallo Stretto di Hormuz transita circa un terzo del commercio mondiale via mare di fertilizzanti, pari a 16 milioni di tonnellate, oltre ai flussi di Gnl (gas naturale liquefatto) e derivati energetici, fondamentali per la chimica agricola. Non solo: il Golfo Persico è anche un importante produttore di urea, fosfati, ammoniaca e zolfo, elementi chiave per le colture di mais, grano e riso. Lo zolfo, in modo particolare, è fondamentale per la produzione di acido solforico e fertilizzanti fosfatici. Da quando l'Iran ha annunciato l'intenzione di voler colpire le navi straniere che passano per lo Stretto, il traffico di questi composti chimici è praticamente fermo.
I Paesi a rischio carestia -
Ma quali sono, nello specifico, i Paesi su cui incombe lo spettro della carestia se le esportazioni di fertilizzanti non dovessero riprendere? Come spiegato da Kallas, sono perlopiù asiatici e africani. Una grafica di Withub, ricavata dai dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad), mostra le nazioni più a rischio.
© Withub
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L'Unctad ha analizzato la quota di fertilizzanti importati via mare e provenienti dalla regione del Golfo Persico nell'anno 2024. Il Paese in assoluto più a rischio è il Sudan: il 54% dei suoi concimi proviene infatti dal Golfo. Giova ricordare che il Paese africano è già da tempo alle prese con una grave crisi alimentare. Secondo i più recenti rapporti del Programma alimentare mondiale (Wfp) e dell'Unicef, oltre 24,6 milioni di persone (ossia più della metà della popolazione sudanese) sono vittime di insicurezza alimentare acuta. Seguono lo Sri Lanka (36%) e l'Australia (32%), rispettivamente seconda e terza in questa classifica. Il fatto che sul gradino più basso del podio compaia anche un Paese sviluppato testimonia che la crisi innescata dalla mancanza di fertilizzanti può colpire l'intero globo.
Al quarto e quinto posto si torna in Africa: il 31% dei concimi della Tanzania arriva dal Golfo, così come il 30% della Somalia. Per quanto riguarda la Tanzania, si stima che il 20% delle famiglie non abbia accesso a cibo sufficiente e che il 59% non possa permettersi una dieta nutriente. Non solo: circa il 30% dei bambini soffre di denutrizione e il 3,3% è gravemente malnutrito. Anche in Somalia è già in atto una crisi alimentare, che secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite (Pam) sta diventando "catastrofica". La colpa è della siccità e dei conflitti in atto.
Infine, dal sesto al decimo posto arrivano il Pakistan (27%), la Thailandia (il 27%), il Kenya (26%), la Nuova Zelanda (26%) e il Mozambico (22%). Quest'ultimo è uno dei Paesi con minori risorse al mondo, con circa un milione di persone nelle zone settentrionali che devono far fronte a carenze alimentari e una crisi nutrizionale, come ricorda l'Unicef.
Copagri: "L'urea può incidente sui costi di produzione fino al 90%" -
Anche la Copagri (Confederazione Produttori Agricoli) ha espresso enormi preoccupazioni sulla situazione legata ai fertilizzanti. "Ci troviamo alle porte delle semine primaverili e delle lavorazioni sulle colture arboree, ovvero uno dei momenti in cui l'agricoltura registra probabilmente il picco di domanda riguardo alle sostanze necessarie alla produzione", ha detto il presidente Tommaso Battista, citato dal Sole 24 Ore. "Dallo stretto di Hormuz passa, normalmente, circa un terzo della produzione mondiale di urea, concime azotato di sintesi prodotto a partire dal gas naturale. Un prodotto che può arrivare a incidere sui costi di produzione fino al 90% e la cui disponibilità è attualmente molto scarsa", ha evidenziato.
© Withub
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Confagricoltura: "Boom del costo dell'urea" -
Da un monitoraggio di Confagricoltura sui territori, dall'inizio della guerra in Iran il costo dell'urea è passato da 55 euro/quintale a 75 euro. "Si stanno verificando anche casi di indisponibilità di prodotto, benché non sia realistica, ma dovuta a fenomeni speculativi", spiega la Confederazione. L'aumento generalizzato dei prezzi rischia di rendere i costi di produzione insostenibili per le aziende, in un panorama già compromesso "da molti fattori riconducibili alla generale instabilità che mina la tenuta del sistema imprenditoriale agricolo: non solo la tensione geopolitica, ma anche quella commerciale a livello internazionale, i mutamenti climatici, l'aumento delle fitopatie", sottolinea Confagricoltura.