Il reportage di "Realpolitik"

Sarajevo, sulle tracce dei civili italiani "cecchini del weekend" nel Safari dei Balcani

Il reportage di "Realpolitik" traccia l'identikit degli italiani ed europei che avrebbero pagato per andare a sparare sui civili

© Da video

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"Un cecchino ti guarda, ti misura, vede ogni tuo capello. Poi miravano alla spina dorsale, non per ucciderci, ma per lasciarci invalidi per tutta la vita. Ma il mio cecchino non mi ha ancora trovato". Kanita Focak, testimone dell'assedio di Sarajevo, parlava così qualche settimana fa a "Realpolitik" parlando dei "cecchini del weekend" della capitale della Bosnia. Il programma di Rete 4 aveva realizzato un reportage per documentare la situazione legata al "safari nei Balcani" e su cui in questi giorni stanno emergendo consistenti novità.

Alla domanda sui i cecchini europei che sarebbero andati a Sarajevo e avrebbero pagato per sparare sui civili, Focak risponde secca: "Sapevamo, secondo le notizie e anche dai giornali, che nelle postazioni dei cecchini erano stati trovati anche indumenti e documenti di stranieri. Questo era uno dei problemi". Dal 1992 al 1996 la città di Sarajevo fu assediata dai militari serbo-bosniaci, contrari all'indipendenza da Belgrado. Tra i cecchini, nei fine settimana, sarebbero arrivati anche persone comuni, italiani e stranieri, che avrebbero pagato per appostarsi sulle colline e sparare sui civili.

Zlatko Miletic, ex comandante delle truppe anti-cecchini, racconta: "Venimmo a sapere che alcuni comandanti cecchini dall'altra parte erano coinvolti e organizzavano questi safari. Attraverso queste attività prendevano denaro e poi lo dividevano nelle loro unità". Edin Subašić, durante l’assedio della città, era un agente dei servizi segreti militari bosniaci. Una volta ricevuta l’informazione da un prigioniero serbo, la comunicò ai colleghi italiani del Sismi: "La primissima informazione che abbiamo ricevuto relativa al Sarajevo Safari - spiega Subašić al programma di Rete 4 -, è arrivata da un volontario paramilitare della Repubblica Srpska sotto nostra cattura, che ha dichiarato di aver viaggiato da Belgrado a Sarajevo con cinque italiani armati e vestiti con uniformi militari. Già questa informazione ha attirato la nostra attenzione, perché queste persone non risultavano essere sicari pagati per uccidere, ma erano loro a pagare per farlo, direttamente dalle postazioni dei paramilitari serbi.”

Secondo Subašić, l'identikit del cecchino-italiano, rispondeva a questi requisti: "Sono persone ricche, o comunque molto benestanti, con la passione per la caccia. E anche se ora in Italia è indagato un semplice autotrasportatore, dobbiamo fare molta attenzione, perché un semplice autotrasportatore può non essere importante come complice, ma come testimone". Alcuni di loro sarebbero ancora vivi: "Almeno riguardo a quelli su cui ho dei sospetti, ho saputo recentemente che uno dei miei due sospettati è deceduto, mentre dell’altro so per certo che è ancora vivo", dice Subašić.

Sarajevo conserva ancora i buchi scavati dai proiettili sulle facciate dei palazzi e conta più di 11.500 morti, sepolti nei tanti cimiteri che punteggiano la città. Il cimitero ebraico di Sarajevo era uno dei luoghi preferiti dai cecchini per sparare, perché da qui era possibile centrare due degli incroci più importanti della città. "Mi ricordo che eravamo terrorizzati ad attraversare i ponti, però si doveva fare - dice Kanita Focak -. Così si cominciava una preghiera qualsiasi all’inizio del ponte e, quando si arrivava dall’altra parte ancora salvi, si ringraziava il Signore". E conclude: "Cosa direi loro se fossero ancora vivi? Solo che un crimine di guerra non va in prescrizione".