A "QUARTA rEPUBBLICA"

Referendum Giustizia, Meloni: "Dovremo impedire a chi ha fatto politica di andare subito al Csm"

La presidente del Consiglio è stata intervistata da Nicola Porro a "Quarta Repubblica" su Rete4: "La riforma toglie il controllo della politica su Csm e magistrati"

"Nelle leggi di applicazione di questa riforma costituzionale della giustizia, noi ci dobbiamo mettere anche una norma che impedisce a chi ha fatto politica, almeno per un periodo di tempo, di andare al Csm: incompatibile, almeno per un tot di tempo. Perché io non voglio un Csm e una giustizia, oggi controllati dalla politica, che domani siano controllati da un'altra politica". Così la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ospite di Quarta Repubblica, su Rete4. La premier ha poi criticato con ironia chi ritiene che "fino ad oggi i partiti e la politica sono stati totalmente estranei al meccanismo del Csm".

L'annoso legame tra politica e magistratura -

 L'intreccio tra politica e magistratura è sempre stato stretto, lo ha ribadito più volte la leader di Fratelli d'Italia. "David Ermini, parlamentare del Partito democratico, responsabile giustizia del Partito democratico; Michele Vietti, parlamentare con Casini; Giovanni Legnini sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Renzi e parlamentare del Pd, come se io ci mettessi Mantovano; Nicola Mancino era stato ministro degli Interni col governo Amato, parlamentare della Dc. Non mi pare che la politica non ci fosse", ha ricordato parlando degli ultimi vicepresidenti del Csm, che vengono scelti tra i laici. Proprio per questo, ha continuato, l'obiettivo della riforma "è togliere il controllo della politica sul Csm e sulla magistratura". Una prospettiva che secondo la premier sarebbe mal gradita da chi è contrario al referendum: "Quello che molti nel fronte del no non possono dire è la verità, e cioè ci state togliendo un potere di condizionamento al quale noi non vogliamo rinunciare".

I motivi per il sì, dal sorteggio agli errori giudiziari -

 La premier si è poi soffermata su alcuni di quelli che lei, come l'intero fronte del sì, ritiene pregi della riforma: "Lei ha idea con un Csm nel quale noi abbiamo dei membri sorteggiati e non decisi dalle correnti quanto si guadagna in termini di efficienza, atteso che finalmente con l'Alta Corte i magistrati che sbagliano dovranno rispondere del loro operato?", ha detto parlando con Nicola Porro. "Lei sa quanto ci sono costati negli ultimi 30 anni solamente i risarcimenti che abbiamo dovuto dare per ingiusta detenzione? Certo che penso che diminuiranno". Ha detto ricordano la spesa di "quasi un miliardo di euro di risarcimento per ingiusta detenzione" speso dal governo dagli anni Novanta a oggi. Insomma, se anche la triforcazione da un Csm a due più un'Alta Corte potrebbe far lievitare i costi, il risparmio sarebbe altrove e ingente. Un risparmio certificato dal "meccanismo della responsabilità" e dal fatto che "la selezione si fa per merito, non per appartenenza". Per cui sarà possibile per i magistrati "avanzare di carriera anche se non sono inseriti nel meccanismo spartitorio delle correnti ideologizzate".

Le correnti come "strumento di potere" -

 Giorgia Meloni ha poi citato un esempio: "C'è stato un giudice che ha scarcerato un detenuto con 1 anno e 7 mesi di ritardo. Va la pratica al Csm, il Csm dice: "Scarsa rilevanza". Cioè 1 anno e 7 mesi della vita di una persona sono di scarsa rilevanza. E valutazione positiva per l'avanzamento di carriera. Ma intanto lo Stato deve risarcire quella persona e la risarcisce con i soldi dei cittadini". La presidente del Consiglio ha poi ribadito: "Le correnti servono, come servono i partiti politici, a nominare i propri responsabili e poi, diciamo, difendere i propri interessi. La corrente è uno strumento di potere. Nel momento in cui tu non hai più la facoltà di nominare i tuoi responsabili e non puoi più garantire che chi si aggrega alla corrente avanzerà più facilmente di carriera perché la gente si dovrebbe aggregare alle correnti?".

Tensioni con la sinistra: "Hanno paura a dire che siamo stati più bravi di loro" -

 Riguardo ai toni tesi delle ultime settimane, con un fronte del no che ha "gridato al fascismo", la premier si è limitata a commentare: "Quando i toni sono così accesi o, diciamo, gli scenari che si paventano sono così drammatici, spesso è perché non si può dire la verità. Quando non si sta nel merito è perché il merito viene temuto. Parlano di attentato alla Costituzione e deriva illiberale, perché è l'unico argomento che rimane, ed è l'unico argomento che rimane per mobilitare il proprio elettorato, su una riforma che è di assoluto buonsenso. La sinistra non può dire: è stato un governo di centrodestra che ha fatto la riforma che proponevamo tutti perché sono stati più bravi di noi". 

L'ultima arringa per il sì -

 Per Meloni però è salda la sicurezza che "moltissimi magistrati votano sì e non lo dicono, lo posso confermare". E ha aggiunto: "Certamente ci si deve interrogare quando qualcuno ritiene di non essere libero di esprimere il proprio pensiero. Evidentemente se alcuni non lo dichiarano è perché probabilmente temono delle ripercussioni. Una vittoria del "no" sarebbe una legittimazione di tutto quello che noi stiamo cercando di superare, di risolvere, di combattere". E ancora: "Non è una riforma fatta contro i magistrati, è una riforma fatta per tutti i magistrati. Perché dove c'è responsabilità, dove rispondi anche quando sbagli, quando sei negligente o quando non fai il tuo lavoro, quando sei lassista, hai una risposta in termini di efficienza".

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