Corre l'economia della Cina, che si conferma il Paese del boom del nuovo millennio. Nel colosso dell'Oriente gli investimenti pubblici e il boom delle esportazioni, sostenuto dalle aziende straniere che operano nel Paese, il Pil cresce a riti vertiginosi. Nel 2002 infatti l'incremento è stato dell'8%, per un totale di 10.200 miliardi di yen, pari a 1.200 miliardi di dollari.
La Cina resta quindi la sesta economia mondiale dopo Usa, Giappone, Germania, Gran Bretagna e Francia. Il dato sul Pil è stato comunicato dall'Ufficio statale di statistica cinese ed è migliore rispetto all'obiettivo del governo, fissato al 7%.
Nel 2002 gli investimenti in capitale fisso, uno degli indicatori chiave dell'andamento economico, sono aumentati del 16,1% su base annua. E le vendite al dettaglio sono cresciute dell'8,8%.
L'Ufficio di statistica ha annunciato stime positive anche per il 2003. "Se l'economia mondiale non subirà capovolgimenti" ha detto il direttore dell'Ufficio, Zhu Zhixhin "la crescita economica della Cina resterà superiore al 7% anche per quest'anno".
La soglia di incremento del 7% viene considerata dal governo come il tasso di crescita minimo necessario per proseguire la transizione dall'economia statale a quella di mercato, in particolare per garantire il riassorbimento dei lavoratori licenziati dai colossi pubblici in dismissione e dei contadini che migrano nelle metropoli.
Secondo le previsioni, il 2003 segnerà anche il ritorno a una crescita dei prezzi. L'Ufficio di statistica ha annunciato infatti un'inflazione stimata tra lo 0,5% e l'1%. Nello scorso mese di gennaio risultava un aumento dei prezzi dello 0,4% tendenziale, il primo incremento da 15 mesi, dovuto soprattutto al rialzo dei prezzi petroliferi. La deflazione cinese tuttava non è un fenomeno negativo come quella giapponese, che è legata alla stagnazione economica. Secondo gli analisti, la flessione dei prezzi in Cina deve essere considerata, al contrario, come un segnale di recupero di efficienza da parte del sistema produttivo.
Ma anche sul miracolo cinese, apparentemente scampato finora al rallentamento economico globale, potrebbe nei prossimi mesi allungarsi qualche ombra. Anche la Cina potrebbe infatti risentire della flessione generale della crescita produttiva.
In gennaio il Paese ha registrato per la prima volta in sei anni un deficit della bilancia commerciale, segnale colto con preoccupazione dagli economisti. Un serio fattore di rischio è inoltre rappresentato dal prezzo del petrolio. La Cina infatti è dipendente dalle importazioni e non ha riserve petrolifere strategiche. Se un nuovo eventuale conflitto nel Golfo Persico non dovesse essere una guerra lampo, ma trascinarsi più a lungo, con un conseguente rialzo dei prezzi non di breve durata, Pechino potrebbe trovarsi in serie difficoltà.