l'intervista

Concorso Ue, lo stipendio stellare fa gola agli italiani: su oltre 170mila candidati, quasi la metà viene dal nostro Paese

Lia Pacelli, professoressa di economia politica dell'Università di Torino a Tgcom24: "Questi numeri danno la misura del malessere delle generazioni più giovani e istruite nel nostro Paese"

di Marta Di Donfrancesco
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Chi, vedendo un'offerta di lavoro da 6mila euro al mese senza esperienza, non proverebbe a candidarsi? La risposta, almeno per noi italiani, è scontata. Moltissimi laureati - 79.450, per la precisione, su 174.922 domande inoltrate - non hanno saputo resistere all'invito dell'Unione europea a iscriversi al concorso AD5 per amministratori laureati, indetto dall'Unione europea, che darà la possibilità di ottenere la qualifica a tempo indeterminato di funzionario Ue. Vuol dire che quasi la metà delle iscrizioni al concorso sono state inviate dall'Italia, mentre l'altra metà si suddivide - più o meno equamente - tra gli altri 26 Paesi membri. Dopo Roma, c'è Madrid, con 13.796: lo scarto (di quasi 70mila candidature) dà ancora di più l'idea di quanto i laureati italiani abbiano trovato attrattivo il posto - e lo stipendio - nell'Ue.  

C'è sicuramente una parte di questi aspiranti "euroburocrati" che sognava da sempre di lavorare nelle istituzioni europee, ma è difficile pensare che il quasi immobilismo del mercato del lavoro, i salari che non crescono da decenni e che sono sempre più bassi in rapporto al costo della vita, senza dimenticare la fascinazione degli italiani per il "posto fisso", non abbiano giocato un ruolo nel boom di richieste per un posto nell'Ue. 

"Ci sono due dati da tenere presente che rendono particolarmente interessanti questi posti di lavoro per i nostri laureati, al di là della qualità del lavoro (vicinanza ai luoghi di decisione, ambiente internazionale, situazione molto stimolante) e dell’apertura a ogni tipo di laurea che fa presumere un approccio multidisciplinare al lavoro e diverse possibilità di sviluppare le proprie competenze", spiega a Tgcom24 Lia Pacelli, docente di economia politica all'Università di Torino.

"Il primo dato è una retribuzione largamente superiore a quella alla quale possono ambire la maggior parte dei giovani laureati italiani, non solo all’ingresso in una occupazione ma anche nel più lungo periodo", racconta Pacelli. Il fenomeno riguarda soprattutto chi esce dall'università, ma non solo: stando all'ultimo rapporto Eurostat del 2025, nell'anno precedente lo stipendio medio annuo per i lavori dipendenti a tempo pieno nell’Unione europea è stato pari a 39.800 euro lordi, il 5,2% in più rispetto ai 37.800 euro del 2023. In Italia, nello stesso periodo, i salari sono aumentati del 2,6%, esattamente la metà della media Ue, passando 32.650 a 33.523 euro.

Meno della metà rispetto ai Paesi con i salari medi annui più elevati: un lavoratore dipendente in Lussemburgo guadagna in media 83mila euro lordi, seguito dai 71.600 della Danimarca e dall’Irlanda (61.100). Gli spagnoli, invece, non guadagnano molto diversamente rispetto a noi (33.700 euro in media nel 2024), ma la crescita è ben diversa: il 2024 ha registrato un +4,4%, quasi due punti percentuali più dell'Italia.

Il secondo elemento è la stabilità del posto di lavoro europeo, spiega la professoressa Pacelli, "che sarebbe a tempo indeterminato e pubblico, rispetto a prospettive di precarietà di lungo periodo in Italia anche per chi ha un elevato livello di scolarità. Il settore privato nel nostro paese fa largo uso di contratti non a tempo indeterminato, anche per chi ha già una significativa esperienza di lavoro; il settore pubblico assume pochissimo a tempo indeterminato e i salari pubblici sono bassi e crescono poco nel tempo". Non stupisce, quindi, che l'idea di uno stipendio di 6mila euro (lordi) al mese, per di più senza bisogno di aver fatto esperienze di lavoro - spesso non retribuite -, faccia gola ai neolaureati italiani. Gioca il suo ruolo, tra l'altro, anche il fascino del "posto fisso", da sempre ambizione di tanti italiani (e chiodo fisso delle nostre commedie). "Non parlerei di stereotipo, ma di ricerca di un tenore di vita e di stabilità di prospettive compatibili con la pianificazione della propria vita di adulti", aggiunge Pacelli. 

"In generale sappiamo che i redditi in annuali in termini reali in Italia si sono addirittura ridotti negli ultimi tre decenni, a differenza di tutti gli altri Paesi, inclusa la Spagna. La riduzione deriva da salari unitari stagnanti, contratti part time (spesso involontario) sempre più diffusi, episodi di disoccupazione ripetuta e disponibilità di posti di lavoro che cresce soprattutto nei settori tradizionali e in imprese molto piccole; posti di lavoro spesso di bassa qualità che non valorizzano le competenze acquisite durante gli studi". Ma - c'è un ma - "soprattutto le aspettative sul futuro, in particolar modo per i giovani, non sono diverse dal perpetuarsi della situazione attuale. In questo contesto non stupisce la cosiddetta “fuga dei cervelli” di cui molto si parla e questo episodio si inserisce bene in tale quadro, pur con numeri impressionanti, che danno la misura del malessere delle generazioni più giovani e istruite nel nostro Paese". 

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